La marcia in più

Alessandro Zanardi,

Cambio«La cri­si in Europa è supe­ra­ta». Quanti di noi vor­reb­be­ro sen­ti­re que­ste paro­le e poter­ci cre­de­re? Certe vol­te sogna­re di risol­ve­re un pro­ble­ma è l’inizio del­la solu­zio­ne. Ben ven­ga l’ottimismo dun­que, ma se tenia­mo i pie­di per ter­ra e guar­dia­mo la real­tà cosa abbia­mo di fron­te?

La situa­zio­ne oggi non è strut­tu­ral­men­te diver­sa da quel­la che ci ha con­dot­to fin qui. Possiamo girar­ci intor­no e but­ta­re fumo negli occhi, ma non usci­re­mo dal pan­ta­no fin­ché non guar­dia­mo i fon­da­men­ta­li a men­te libe­ra.

Proviamo a sem­pli­fi­ca­re un pro­ble­ma com­ples­so per ragio­na­re su come risol­ver­lo. La pri­ma doman­da da por­si è “cos’è suc­ces­so”? Perché a un cer­to pun­to i bilan­ci dell’area Euro han­no ini­zia­to a tra­bal­la­re, se pri­ma sem­bra­va che andas­se tut­to bene?

La rispo­sta è inclu­sa nel­la doman­da: pri­ma non anda­va tut­to bene. La situa­zio­ne in cui ci tro­via­mo attual­men­te è il risul­ta­to di decen­ni di ammi­ni­stra­zio­ne pub­bli­ca poco respon­sa­bi­le. Dagli anni ’80 ad oggi il rap­por­to tra debi­to pub­bli­co e PIL è aumen­ta­to più o meno costan­te­men­te, pas­san­do cir­ca dal 57% al 120 per cen­to.

Per chi fos­se un po’ a digiu­no di que­stio­ni macroe­co­no­mi­che, quan­do il debi­to di uno Stato diven­ta signi­fi­ca­ti­va­men­te mag­gio­re del­le entra­te è natu­ra­le che i mer­ca­ti ini­zi­no a dubi­ta­re del­la sua affi­da­bi­li­tà nel man­te­ne­re i pro­pri impe­gni finan­zia­ri. Facendo un esem­pio più sem­pli­ce, lo stes­so avvie­ne quan­do pre­stia­mo dei sol­di a un ami­co. Più bas­se sono le sue entra­te, il suo patri­mo­nio o – anco­ra più impor­tan­te – le pro­ie­zio­ni che noi fac­cia­mo sull’evoluzione di que­sti fat­to­ri nel futu­ro, mag­gio­re sarà la dif­fi­col­tà per il nostro ami­co di ripa­ga­re il debi­to.

In ogni pre­sti­to, più alto è il rischio di non veder­lo ripa­ga­to, più alto il tas­so d’interesse che vie­ne appli­ca­to. Così fun­zio­na l’economia. Per accol­lar­ci un rischio mag­gio­re, voglia­mo un ritor­no più alto, è nel­la natu­ra uma­na. Se accet­tia­mo di cam­mi­na­re in bili­co su un bur­ro­ne di sicu­ro voglia­mo in cam­bio una ricom­pen­sa mag­gio­re rispet­to a per­cor­re­re un tran­quil­lo sen­tie­ro in pia­nu­ra.

graficoNel caso del­le finan­ze pub­bli­che la que­stio­ne è cicli­ca per­ché lo Stato ricor­re siste­ma­ti­ca­men­te al debi­to per finan­zia­re le pro­prie atti­vi­tà. Questo signi­fi­ca che un tas­so d’interesse più alto aumen­ta i costi gestio­na­li. Se non vie­ne com­pen­sa­to da una cre­sci­ta nel­la pro­dut­ti­vi­tà com­por­te­rà un peg­gio­ra­men­to del bilan­cio, incre­men­tan­do di con­se­guen­za il tas­so per il pros­si­mo pre­sti­to in una spi­ra­le di cui ahi­mé ormai più o meno tut­ti cono­scia­mo gli effet­ti.

Torniamo alla radi­ce del pro­ble­ma: il rap­por­to tra debi­to pub­bli­co e PIL. Questo sem­pli­ce nume­ro – che sta scuo­ten­do il desti­no d’intere nazio­ni – è per l’appunto com­po­sto da due fat­to­ri: il debi­to pub­bli­co e il PIL.

Le misu­re cor­ret­ti­ve che sono sta­te adot­ta­te sino­ra si sono prin­ci­pal­men­te con­cen­tra­te solo sul­la pri­ma par­te, ovve­ro sul­la ridu­zio­ne del debi­to pub­bli­co. I famo­si “tagli” di cui abbia­mo tan­to sen­ti­to par­la­re e che han­no avu­to la Germania tra i prin­ci­pa­li pro­mo­to­ri. Alcuni di que­sti prov­ve­di­men­ti sono sicu­ra­men­te neces­sa­ri e han­no aiu­ta­to a limi­ta­re gli spre­chi. Altri in com­pen­so sono addi­rit­tu­ra dan­no­si.

Pensare di risol­ve­re il pro­ble­ma sem­pli­ce­men­te ridu­cen­do i costi è una poli­ti­ca mio­pe, soprat­tut­to quan­do que­sti tagli inci­do­no nega­ti­va­men­te sul­la pro­dut­ti­vi­tà. Prima o poi l’Europa dovrà pren­der­ne atto. L’assurdo infat­ti è che per quan­to pos­sia­mo ridur­re il debi­to pub­bli­co, se in con­tem­po­ra­nea dimi­nui­sce anche il PIL sia­mo pun­to e da capo. Anzi peg­gio, per­ché nel frat­tem­po sia­mo tut­ti più pove­ri.

Le rifor­me appor­ta­te sono solo la pun­ta dell’iceberg, per far ripar­ti­re il nostro siste­ma ser­vo­no dei prov­ve­di­men­ti mol­to più inci­si­vi. Come si può fare impre­sa, con una pres­sio­ne fisca­le media in Europa tra il 40 e il 50 per cen­to? Se poi con­si­de­ria­mo anche le impo­ste indi­ret­te (e.g. le tas­se sul­la ben­zi­na, sui liquo­ri, cui con­ti cor­ren­ti, etc.), que­sto nume­ro diven­ta anco­ra più alto. È dif­fi­ci­le tro­va­re qual­cu­no che s’impegni a far cre­sce­re la pro­pria atti­vi­tà, quan­do più del­la metà di quel­lo che gua­da­gna vie­ne pre­le­va­to dal fisco. Molto più logi­co seder­si e goder­si i bene­fi­ci offer­ti dal­lo Stato socia­le. Il con­to però pri­ma o poi lo paghia­mo tut­ti.

Basta guar­da­re le noti­zie di que­sti gior­ni (e.g. Spagna e Portogallo) per ren­der­si con­to che, nono­stan­te il nostro pre­mier dichia­ri la sal­vez­za, un appro­do sicu­ro è anco­ra lon­ta­no. Operare i tagli è la rispo­sta più rapi­da e sem­pli­ce che i gover­ni pos­sa­no dare, ma non ci por­te­rà in sal­vo.

Viceversa se ci con­cen­tria­mo sull’altra “metà” e tro­via­mo del­le rispo­ste effi­ca­ci abbia­mo qual­che spe­ran­za di scam­pa­re l’uragano. Parlo d’incentivi, rifor­me fisca­li, tem­pi del­la giu­sti­zia, for­ma­zio­ne pro­fes­sio­na­le, effi­cen­za nel­la pub­bli­ca ammi­ni­stra­zio­ne. Per sal­var­ci dob­bia­mo esse­re più com­pe­ti­ti­vi, attrar­re inve­sti­men­ti, sti­mo­la­re la cre­sci­ta. Come ho già avu­to modo di accen­na­re, guar­dan­do ai Paesi emer­gen­ti abbia­mo mol­to da impa­ra­re, sen­za ovvia­men­te dimen­ti­ca­re le con­qui­ste per cui abbia­mo lot­ta­to nel tem­po. Sono pro­ces­si che richie­do­no mag­gio­re impe­gno, ma il pun­to fon­da­men­ta­le è che non abbia­mo alter­na­ti­ve.

 

 

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