Oil power

Enrico Labriola,

Barili petrolioSe da un gior­no all’altro vi tro­va­ste in mano il 2% del­la pro­du­zio­ne mon­dia­le di petro­lio, cosa fare­ste? Dev’essere più o meno quel­lo che si sono chie­sti Mustafa Abdul Jalil e il National Transition Council non appe­na entra­ti a Tripoli, il 25 ago­sto scor­so. Grazie all’intervento del­la coa­li­zio­ne, a gui­da fran­co-sta­tu­ni­ten­se, il Consiglio di tran­si­zio­ne ha potu­to final­men­te accre­di­tar­si come l’unico gover­no libi­co con cui trat­ta­re.

Ma gli “abboc­ca­men­ti” era­no ini­zia­ti da gior­ni, se non da mesi: dopo l’accelerazione nei bom­bar­da­men­ti del­la coa­li­zio­ne, mol­ti ave­va­no intui­to che Jalil fos­se l’uomo da cor­teg­gia­re per ave­re acces­so al petro­lio libi­co post-Gheddafi. In teo­ria i con­trat­ti sigla­ti del regi­me del rais resta­no atti­vi anche con il nuo­vo gover­no; ma l’attuale ese­cu­ti­vo può tira­re in bal­lo la cor­ru­zio­ne del clan Gheddafi e intro­dur­re nor­me per limi­ta­re o esclu­de­re part­ner sco­mo­di e rine­go­zia­re i trat­ta­ti petro­li­fe­ri. A mag­gior ragio­ne trat­ta­re con l’Ntc è razio­na­le, in quan­to gran par­te del petro­lio libi­co è anco­ra sot­to la sab­bia e chi si gua­da­gna ora le miglio­ri posi­zio­ni potrà fare la par­te del leo­ne in futu­ro.

L’Italia ha un ruo­lo pri­vi­le­gia­to, nono­stan­te la pes­si­ma gestio­ne del­le rela­zio­ni con la Libia dopo la rivol­ta del 15 feb­bra­io. Nello spe­ci­fi­co Bengasi sem­bra la cit­tà attor­no alla qua­le ruo­ta­no mol­ti dei recen­ti rap­por­ti con la Libia. Ad esem­pio, fu pro­prio a Bengasi che nel 2008 Berlusconi e Gheddafi sigla­ro­no il trat­ta­to d’amicizia ita­lo-libi­co, tra esi­bi­zio­ni di caval­le­ria e car­ri arma­ti. Il con­te­nu­to del docu­men­to è mol­to pre­ci­so: ven­go­no garan­ti­ti ingen­ti risar­ci­men­ti alla Libia per il perio­do colo­nia­le, si sta­bi­li­sco­no accor­di com­mer­cia­li e libe­ro acces­so alle impre­se ita­lia­ne e si dà car­ta bian­ca al rais nel fer­ma­re gli immi­gra­ti con tut­ti i mez­zi a sua dispo­si­zio­ne. Anche i più disu­ma­ni. In sostan­za il trat­ta­to, oltre a legit­ti­ma­re un dit­ta­to­re san­gui­na­rio, ren­de­va l’Italia il pri­mo part­ner com­mer­cia­le libi­co e garan­ti­va Eni e i suoi inve­sti­men­ti di 9 miliar­di di dol­la­ri nel­la raf­fi­ne­ria di Mellitah, a Ovest di Tripoli. Almeno fino alle rivol­te e alla sospen­sio­ne dell’accordo, dura­men­te con­te­sta­to dai Radicali e da Human Rights Watch.

Raffineria tramontoOra, dopo la cadu­ta di Gheddafi, men­tre Obama e Sarkozy si spen­de­va­no in dichia­ra­zio­ni sul­la nuo­va demo­cra­zia e sul futu­ro poli­ti­co del­la Libia, il mini­stro Frattini si affret­ta­va a spie­ga­re che l’Eni potrà con­ti­nua­re a fare affa­ri con la Libia. Ci si doman­da se que­sta sia una dichia­ra­zio­ne com­pa­ti­bi­le con il ruo­lo di mini­stro degli Esteri… Lo stes­so Frattini si espri­me­va, non più di 7 mesi fa, per non inter­ve­ni­re in Libia; pro­ba­bil­men­te per gli stes­si moti­vi lega­ti a dop­pio filo con inte­res­si eco­no­mi­ci.

L’Eni potreb­be met­ter­ci da 6 a 18 mesi per riav­via­re la pro­du­zio­ne di petro­lio libi­co; nel frat­tem­po però l’Ntc ha sigla­to un accor­do con l’Ente Nazionale Idrocarburi per rice­ve­re ben­zi­na che paghe­rà con le estra­zio­ni petro­li­fe­re futu­re. Un otti­mo affa­re per entram­bi. L’Ntc sem­bra dav­ve­ro esse­re affa­ma­to di ben­zi­na se, un paio di gior­ni dopo l’accordo, ha chie­sto al World Food Programme di com­pra­re 300 milio­ni di litri di die­sel per le esi­gen­ze imme­dia­te.

Ma nell’affai­re del petro­lio libi­co c’è spa­zio per tut­ti: i fran­ce­si di Total già par­la­no con l’Ntc, gli ame­ri­ca­ni con Conoco, Marathon ed Hess era­no già pre­sen­ti in Libia con Gheddafi & Co; per­si­no gli ingle­si di Shell sem­bra­no voler entra­re nel­la par­ti­ta. In effet­ti, secon­do il mot­to pecu­nia non olet, mol­te di que­ste com­pa­gnie non si era­no fat­te scru­po­lo a trat­ta­re con Gheddafi quan­do anco­ra era al pote­re; come ora non bada­no mol­to a nascon­de­re gli aggan­ci poli­ti­ci gene­ra­ti dal­la guer­ra.

Gli uni­ci a resta­re a sec­co sem­bra­no i cine­si, cosa che può spie­ga­re l’offerta di armi per 200 milio­ni di dol­la­ri a Gheddafi per resi­ste­re agli attac­chi del­la coa­li­zio­ne. Ha un bel da fare Jo Biden a riba­di­re che la Cina è un part­ner stra­te­gi­co degli Usa pro­prio nel bel mez­zo del­la guer­ra. Anche il gigan­te asia­ti­co sa però che non può sta­re con le mani in mano e si appre­sta quin­di a but­ta­re alle spal­le l’amicizia col rais e a incon­tra­re l’Ntc.

Raffineria mareMa una doman­da sor­ge spon­ta­nea: qual­cu­no ha pen­sa­to al dopo? Al di là del­le dichia­ra­zio­ni per la demo­cra­zia, nes­su­no sem­bra aver rea­li­sti­ca­men­te ipo­tiz­za­to cosa potreb­be acca­de­re. Innanzi tut­to, chi fa par­te del Consiglio di tran­si­zio­ne? L’Ntc sem­bra esse­re un’accozzaglia di ex-mini­stri del regi­me, oppo­si­to­ri isla­mi­sti e mem­bri d’influenti tri­bù dell’Est. Il pri­mo mini­stro Jalil, per esem­pio: è sta­to mini­stro del­la Giustizia di Gheddafi fino alle rivol­te e la sua ade­sio­ne alla rivo­lu­zio­ne pare sia dovu­ta più alla sua nasci­ta in Cirenaica che a una vera oppo­si­zio­ne al regi­me. Alcuni mini­ste­ri, come quel­lo del petro­lio, sono in buo­ne mani: Ali Tarhouni è sta­to esu­le negli Usa duran­te il regi­me e ora dovrà gesti­re le enor­mi ric­chez­ze del sot­to­suo­lo libi­co. Ma altre posi­zio­ni influen­ti, come quel­la del coman­dan­te mili­ta­re dei ribel­li, sono alta­men­te a rischio: Abdel Hakim Belaj in pas­sa­to è sta­to addi­rit­tu­ra lega­to ad Al Qaeda. Non sem­bra quin­di un caso che i ribel­li si sia­no affret­ta­ti a libe­ra­re 120 pri­gio­nie­ri isla­mi­sti dete­nu­ti da Gheddafi…

Possibile che nes­su­no sap­pia che pro­gram­ma poli­ti­co e che idea di socie­tà abbia­no i ribel­li? Dopo i mador­na­li erro­ri com­mes­si dagli Usa in Afghanistan – quan­do negli anni ’90 il Pentagono sup­por­tò i Talebani qua­si fino alla pre­sa di Kabul – non sareb­be cer­to una sor­pre­sa.

Se la que­stio­ne libi­ca fos­se gesti­ta con respon­sa­bi­li­tà, lo sce­na­rio aper­to sareb­be note­vo­le: lo scon­ge­la­men­to dei fon­di este­ri e i pro­ven­ti del petro­lio potreb­be­ro finan­zia­re uno svi­lup­po dif­fu­so; inol­tre una lea­der­ship sup­por­ta­ta dall’Europa e dagli Usa soster­reb­be pro­gres­so poli­ti­co e demo­cra­zia. Con uno sfor­zo si potreb­be imma­gi­na­re che Usa e Ue si impe­gni­no a far rispet­ta­re le pro­mes­se dei lea­der ribel­li e, con l’aiuto dell’Onu, si rie­sca­no a orga­niz­za­re libe­re ele­zio­ni. Sembra però che ci sia più fret­ta di nego­zia­re accor­di petro­li­fe­ri e i rumors dico­no che l’Ntc sia mol­to dispo­ni­bi­le a far­si con­vin­ce­re.

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