Nel cuore dell’Asia

Enrico Labriola,

Uzbekistan paesaggioIn Italia i trac­cia­ti del gran­de gio­co non sono mai sta­ti popo­la­ri. A par­ti­re da metà otto­cen­to la sfi­da per il domi­nio sul­le spe­du­te cit­tà di Samarcanda, Bukhara, Khiva e sul­la val­le di Fergana, vede­va con­trap­po­sti impe­ro ingle­se e Russia zari­sta. Ora pare che la com­pe­ti­zio­ne si ripe­ta, a distan­za di oltre un seco­lo e mez­zo, con gio­ca­to­ri diver­si. I pro­ta­go­ni­sti sono gover­ni di nuo­ve poten­ze con ambi­zio­ni neo-impe­ria­li, che sosti­tui­sco­no lo zar e la regi­na Vittoria; spre­giu­di­ca­ti affa­ri­sti e cor­rot­ti gover­nan­ti loca­li pren­do­no inve­ce il posto di khan san­gui­na­ri, spie e avven­tu­rie­ri.

Anche lo sce­na­rio è cam­bia­to: per rag­giun­ge­re quel­le zone remo­te ci sono voli aerei e lun­ghi ster­ra­ti da per­cor­re­re in pull­man o con taxi col­let­ti­vi, non più lun­ghi tra­git­ti nel deser­to a dor­so di cam­mel­lo. Tutta l’area cen­troa­sia­ti­ca – e l’Uzbekistan in par­ti­co­la­re – si è pro­gres­si­va­men­te aper­ta ad un flus­so costan­te di visi­ta­to­ri, soprat­tut­to fran­ce­si, sviz­ze­ri e tede­schi. Ma meglio esse­re chia­ri: a que­sta aper­tu­ra non cor­ri­spon­de l’ingresso in poli­ti­ca dei dirit­ti civi­li.

L’economia nazio­na­le cre­sce a rit­mi cine­si, gra­zie all’ingombrante vici­no del Nord (la Russia di Medvedev e Putin) e ai copio­si inve­sti­men­ti dei busi­ness­man pechi­ne­si che affol­la­no i caf­fè di Tashkent. Il pro­gres­so eco­no­mi­co con­sen­te al regi­me di Islam Karimov di reg­ger­si soli­do sul­le sue gam­be: taci­ta­ta l’opposizione con il mas­sa­cro di Andijon del 2005 (oltre mil­le mor­ti secon­do i rac­con­ti del­la popo­la­zio­ne loca­le,) man­tie­ne il con­trol­lo del Paese sen­za un’imponente pre­sen­za di poli­zia.

Uzbekistan donna specchioLa testi­mo­nian­za dell’ex-ambasciatore ingle­se Craig Murray nel 2006, con rac­con­ti di lavo­ro mino­ri­le for­za­to nei cam­pi di coto­ne e oppo­si­to­ri bol­li­ti vivi, ha solo mar­gi­nal­men­te scal­fi­to l’immagine di Karimov all’interno dell’Uzbekistan (dove ovvia­men­te il libro è vie­ta­to). Nemmeno la recen­te dif­fu­sio­ne del­le infor­ma­zio­ni sul­la cor­ru­zio­ne dila­gan­te (supe­ra­ta solo in Iraq, Afghanistan, Myanmar e Somalia) minac­cia real­men­te il regi­me; né intac­ca gli affa­ri del­la figlia del pre­si­den­te – Gulnara Karimova – che secon­do i rap­por­ti del­la diplo­ma­zia Usa «ha inte­res­si pra­ti­ca­men­te in ogni set­to­re pro­fit­te­vo­le dell’economia».

Il gover­no gode infat­ti del­la posi­zio­ne ambi­gua dei gran­di part­ner inter­na­zio­na­li: gli Stati Uniti usa­no la base di Karshi-Khanabad per rifor­ni­re le trup­pe in Afghanistan; lo stes­so fan­no i tede­schi, che paga­no cir­ca 11 milio­ni di dol­la­ri l’anno per la base di Termiz, nono­stan­te le san­zio­ni euro­pee con­tro il regi­me.

Anche nel­la lot­ta al ter­ro­ri­smo Karimov è riu­sci­to ad allar­ga­re i con­fi­ni del­la defi­ni­zio­ne Movimento isla­mi­co dell’Uzbekistan a una varie­tà di grup­pi d’opposizione, anche lai­ci, sen­za susci­ta­re gran­de ripro­va­zio­ne inter­na­zio­na­le. In real­tà nel­la val­le di Fergana (la par­te più radi­ca­le del Paese) non sem­bra esser­ci un risor­gi­men­to isla­mi­sta, come affer­ma­to da mol­ti media anche occi­den­ta­li: nei mer­ca­ti di Margilan o Kokand si vede solo qual­che don­na vela­ta in più che a Samarcanda o Bukhara e anche gli imam del­le moschee con­si­de­ra­te più estre­mi­ste invi­ta­no gli stra­nie­ri per un tè.

Forse il con­trol­lo sul­la popo­la­zio­ne loca­le si basa più su anti­che con­sue­tu­di­ni lega­te a clan e satra­pi loca­li, un po’ come duran­te il gran­de gio­co, quan­do rus­si e ingle­si si con­ten­de­va­no il favo­re di khan loca­li con ardi­te mis­sio­ni diplo­ma­ti­che. Si trat­te­reb­be quin­di di un pugno di fer­ro più infor­ma­le che uffi­cia­le. Per esem­pio, ci sono fre­quen­ti “rumors” di gui­de turi­sti­che che in real­tà sareb­be­ro agen­ti dei ser­vi­zi, spe­cie nel­le zone sen­si­bi­li del Paese (lago d’Aral, con­fi­ne afgha­no e val­le di Fergana), ma nes­su­na pro­va a cari­co.

UzbekistanNel dub­bio, in segui­to alle rivol­te ara­be, il regi­me ha recen­te­men­te spin­to per una pro­gres­si­va chiu­su­ra dei siti d’informazione nazio­na­li (Fergananews e Unznews, ad esem­pio) e inter­na­zio­na­li (Bbc e Cnn in testa), ma buo­na par­te del web è anco­ra acces­si­bi­le, Facebook inclu­so. Purtroppo la scar­sis­si­ma alfa­be­tiz­za­zio­ne infor­ma­ti­ca iso­la gran par­te del­la popo­la­zio­ne dal rice­ve­re ogni tipo di infor­ma­zio­ne, che si basa piut­to­sto sul pas­sa­pa­ro­la e sui cel­lu­la­ri, dif­fu­sis­si­mi anche nel­le cam­pa­gne.

Resta da capi­re cosa suc­ce­de­rà il pri­mo set­tem­bre, data in cui si cele­bra l’anniversario dei 20 anni d’indipendenza dall’Urss e con­tem­po­ra­nea­men­te due decen­ni di gover­no inin­ter­rot­to del pre­si­den­te. Insieme alle para­te in una scin­til­lan­te Tashkent e ai festi­val di musi­ca popo­la­re nel magni­fi­co Registan di Samarcanda, l’opposizione potreb­be corag­gio­sa­men­te ten­ta­re qual­che dimo­stra­zio­ne. Non sem­bra inve­ce rea­li­sti­co un attac­co da par­te del Movimento isla­mi­co dell’Uzbekistan, ormai ridot­to a pochi uomi­ni brac­ca­ti dai dro­ni ame­ri­ca­ni nel Nord del Pakistan. Per tute­lar­si il regi­me non sta badan­do a spe­se: un cor­do­ne di for­ze di sicu­rez­za cir­con­de­rà Tashkent, l’accesso alla val­le di Fergana è pos­si­bi­le solo attra­ver­san­do due posti di bloc­co… ma i con­trol­li inter­ni sono mina­ti dal­la pia­ga del­la cor­ru­zio­ne e basta qual­che ban­co­no­ta per­ché si chiu­da un occhio di fron­te a scree­ning non mol­to accu­ra­ti.

Uzbekistan bimbi vasoNon ras­si­cu­ra nem­me­no la pre­sen­za di mol­ti mez­zi mili­ta­ri nel­le basi ad Andijon e sui pas­si mon­ta­ni che por­ta­no a Tashkent, pron­ti a inter­ve­ni­re pri­ma che le noti­zie di even­tua­li rivol­te fil­tri­no fuo­ri dal Paese dal­la remo­ta val­le di Fergana. E potreb­be non esse­re casua­le la chiu­su­ra di alcu­ni posti di con­fi­ne con il Tajikistan (ad esem­pio quel­lo di Pandjikent, uffi­cial­men­te per una fra­na); né sem­bra­no un caso le rigi­de misu­re di sicu­rez­za al con­fi­ne Sud con l’Afghanistan, del tut­to inac­ces­si­bi­le.

In defi­ni­ti­va, la minac­cia mag­gio­re alla sta­bi­li­tà dell’area sem­bra con­si­ste­re negli scon­tri etni­ci (come quel­lo Uzbeko-Kirghizi) che han­no lascia­to mez­za Osh (Kirghizistan) in fiam­me e cir­ca mil­le mor­ti sul ter­re­no solo un anno fa. Se le divi­sio­ni etni­che avran­no il soprav­ven­to su linee nazio­na­li debo­li, trac­cia­te dai sovie­ti­ci secon­do la mas­si­ma sem­pre­ver­de del divi­de et impe­ra, il rischio è il caos di guer­re civi­li, che avreb­be­ro effet­ti anche fuo­ri dal remo­to cuo­re dell’Asia.

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