Il nuovo Elvis

Manuela Caputo,

ElvisMa alla fine è mor­to dav­ve­ro? O dob­bia­mo aspet­tar­ci che riap­pa­ia magi­ca­men­te? A distan­za di cir­ca un mese dal­la mor­te del capo di Al Qaeda, con mag­gio­re luci­di­tà dall’impatto ini­zia­le, è for­se pos­si­bi­le fare un’analisi più esat­ta dell’accaduto. Di sicu­ro non basta il “we got him”(trad. “l’abbiamo pre­so”) di Barack Obama per ave­re la cer­tez­za che il plu­ri­ri­cer­ca­to sceic­co sia vera­men­te scom­par­so. La con­se­guen­za è la pro­li­fe­ra­zio­ne di milio­ni di teo­rie, cospi­ra­zio­ni­ste o meno, tut­te con un aspet­to comu­ne: evi­den­zia­no che i cit­ta­di­ni nutro­no sospet­ti nei con­fron­ti del gover­no, non si fida­no del­le noti­zie uffi­cia­li.

Effettivamente le pro­ve for­ni­te fan­no acqua da tut­te le par­ti: le imma­gi­ni che pro­ve­reb­be­ro la mor­te di Bin Laden non sono sta­te mostra­te per­ché si teme di sca­te­na­re la rab­bia degli estre­mi­sti e inol­tre non si vuo­le urta­re la sen­si­bi­li­tà di qual­cu­no. Parola del por­ta­vo­ce del­la Casa Bianca Jay Carney: «Preferiamo non esi­bi­re que­sto gene­re di cose come tro­fei». La con­trad­di­zio­ne è che, poco dopo l’annuncio dell’uccisione, l’agenzia Reuters ha dif­fu­so foto di tre per­so­ne rima­ste ucci­se nel raid nel rifu­gio di Abbottabad: scat­ti cru­di di cada­ve­ri immer­si nel san­gue. Per non cita­re, tra tut­to ciò che può feri­re la nostra sen­si­bi­li­tà, le imma­gi­ni dell’esecuzione di Saddam. Con qua­le cri­te­rio si sce­glie il limi­te di effe­ra­tez­za da mostra­re?

Sarebbero tre le serie di foto in cir­co­la­zio­ne: il cada­ve­re di Bin Laden, le altre vit­ti­me e le imma­gi­ni del fune­ra­le sul­la por­tae­rei ame­ri­ca­na, nel Mar Arabico. Funerale che già di per sé desta sospet­ti, in quan­to è di comu­ne pen­sie­ro che, una vol­ta cat­tu­ra­to il ter­ro­ri­sta “nume­ro uno”, la pri­ma pre­mu­ra non è quel­la di cele­bra­re il suo fune­ra­le al fine di rispet­ta­re le usan­ze musul­ma­ne. Un altro aspet­to che poco con­vin­ce è che vive­va nel­la vil­la bun­ker, un vero e pro­prio mostro eco­lo­gi­co, da alme­no cin­que o sei anni. Possibile pas­sa­re così inos­ser­va­ti?

Sono in mol­ti a pen­sa­re che Osama sia sta­to ucci­so in segui­to all’attacco alle Twin Towers e che la sua imma­gi­ne sia sta­ta tenu­ta in vita dal gover­no ame­ri­ca­no per ispi­ra­re quel tipo di pau­ra uti­le a garan­ti­re il soste­gno cit­ta­di­no per le impo­po­la­ri guer­re o per l’incremento del­le trup­pe. È d’obbligo qui cita­re Orwell: nel suo eccel­so 1984, Goldstein è l’emblema del ter­ro­ri­smo, ela­bo­ra­to dal mini­ste­ro del­la Verità. È inaf­fer­ra­bi­le e sem­bra esse­re ovun­que, ma gli uni­ci posti in cui com­pa­re dav­ve­ro sono i tele­scher­mi del­la nazio­ne. Ogni gior­no si ripe­te il ritua­le dei ”Due minu­ti d’odio” con il qua­le si esa­spe­ra il disprez­zo per il nemi­co ren­den­do­lo una minac­cia costan­te e immi­nen­te. Questo fa sì che l’opinione pub­bli­ca assi­cu­ri al gover­no il suo appog­gio per la guer­ra.

Un’analisi ogget­ti­va ci fa con­clu­de­re che, dece­du­to o no, il ruo­lo di Bin Laden negli ulti­mi die­ci anni si è tra­sfor­ma­to, ha per­so cen­tra­li­tà: Al Qaeda, da orga­niz­za­zio­ne pira­mi­da­le, è diven­ta­ta una rete di grup­pi che han­no acqui­si­to la loro indi­pen­den­za e che qua­si cer­ta­men­te por­te­ran­no avan­ti la Jihad auto­no­ma­men­te. Un ter­ro­ri­smo in fran­chi­sing, si può dire.

Quando un’icona muo­re, il mito pren­de il soprav­ven­to e l’evidenza diven­ta meno impor­tan­te. Stiamo quin­di atten­ti a non far diven­ta­re Osama il nuo­vo Elvis e azzar­da­re l’idea di tro­var­lo in qual­che iso­la alle Seychelles.

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