Partite a scacchi in Medio Oriente

Enrico Labriola,

scacchiDopo l’entusiasmante ini­zio del 2011, che ha visto il popo­lo scen­de­re in piaz­za in Tunisia ed Egitto, ovun­que nel mon­do ara­bo le èli­tes ten­ta­no di aggrap­par­si al pote­re e di rispe­di­re al mit­ten­te le richie­ste di demo­cra­zia, dirit­ti uma­ni e redi­stri­bu­zio­ne del­la ric­chez­za.

L’incomprensione non potreb­be esse­re più net­ta: i mani­fe­stan­ti vedo­no enor­mi ric­chez­ze, sia petro­li­fe­re sia finan­zia­rie, con cui sov­ven­zio­na­re scuo­le, sani­tà e nuo­vi posti di lavo­ro; i Paesi occi­den­ta­li e i despo­ti rima­sti in sel­la (a vol­te allea­ti, altre in com­pe­ti­zio­ne) vedo­no pro­fit­ti da spar­ti­re, lascian­do ai cit­ta­di­ni le bri­cio­le.

Per que­sto, dall’inizio del­le rivol­te del­la Primavera ara­ba, un flus­so di armi attra­ver­sa inin­ter­rot­to il Medio Oriente: sono un affa­re per chi le ven­de e ser­vo­no come il pane a chi le com­pra. In Libia, ad esem­pio, le for­ze del­la coa­li­zio­ne Nato (Usa, Gran Bretagna, Francia, Italia e Qatar) stan­no for­nen­do armi ai ribel­li del­la Cirenaica attra­ver­so il por­to di Bengasi (non a caso ber­sa­glia­to negli ulti­mi gior­ni dall’artiglieria di Gheddafi) e il con­fi­ne egi­zia­no. Sono già pre­sen­ti sul ter­ri­to­rio libi­co cen­ti­na­ia di istrut­to­ri mili­ta­ri – soprat­tut­to sta­tu­ni­ten­si, ingle­si e fran­ce­si – per adde­stra­re e inqua­dra­re i ribel­li; sen­za con­ta­re le for­ze spe­cia­li, che inse­gne­ran­no a gui­da­re le bom­be sugli obiet­ti­vi a ter­ra.

Gheddafi – for­te del­le for­ni­tu­re d’armi da par­te di Cina, Russia, Ucraina, Serbia e Bielorussia – attra­ver­so inter­me­dia­ri afri­ca­ni e rus­si, sta cer­can­do di tene­re duro e spin­ge­re i Paesi del­la coa­li­zio­ne a mol­la­re l’osso. Ogni gio­ca­to­re di que­sta par­ti­ta a scac­chi ha i suoi obiet­ti­vi: Francia e Inghilterra sono in cer­ca di lucro­si con­trat­ti petro­li­fe­ri e spe­ra­no inol­tre di acca­par­rar­si gli appal­ti nel perio­do del­la rico­stru­zio­ne; l’Italia è lì per difen­de­re il lega­me eco­no­mi­co pri­vi­le­gia­to con la Libia; gli Usa, per ora più defi­la­ti, aspi­ra­no a suben­tra­re come part­ner for­te una vol­ta cac­cia­to Gheddafi. I cine­si inve­ce ten­ta­no di difen­de­re i con­trat­ti petro­li­fe­ri da 10 miliar­di di dol­la­ri con il regi­me; vor­reb­be­ro poi, al pari dei rus­si e dei loro allea­ti, evi­ta­re di per­de­re uno dei pochi allea­ti nell’area.

Il pro­ble­ma è che l’assistenza mili­ta­re del­la coa­li­zio­ne è appe­na suf­fi­cien­te per fer­ma­re l’offensiva dei lea­li­sti e gl’istruttori mili­ta­ri potreb­be­ro impie­ga­re dei mesi per adde­stra­re e arma­re for­ze rego­la­ri anti Gheddafi, sem­pre che la coa­li­zio­ne non si sfal­di. A meno di non voler repli­ca­re il copio­ne viet­na­mi­ta, che vede­va gli istrut­to­ri mili­ta­ri com­bat­te­re diret­ta­men­te con­tro i Vietcong.

Bandiera LibiaDall’altro lato del­lo scac­chie­re, in Siria, i ribel­li stan­no ten­tan­do di orga­niz­zar­si acqui­sen­do il con­trol­lo di armi anti­car­ro: una mos­sa in rispo­sta agli asse­di con car­ri arma­ti in cit­tà come Deraa e Douma. Secondo alcu­ne fon­ti a Damasco, pesan­te­men­te pre­si­dia­ta da mili­ta­ri in bor­ghe­se, sareb­be­ro arri­va­ti con­si­glie­ri ira­nia­ni deci­si a repli­ca­re le tat­ti­che di repres­sio­ne già spe­ri­men­ta­te con­tro l’Onda Verde a Tehran nel 2008.

Il regi­me dif­fon­de poi noti­zie con­trad­dit­to­rie, come la pre­sen­za di radi­ca­li isla­mi­ci sau­di­ti tra i mani­fe­stan­ti, in modo da assi­cu­rar­si la fedel­tà del 10% di siria­ni cri­stia­ni. Allo stes­so modo ai ribel­li arri­va il soste­gno di chi dal­la Siria è emi­gra­to all’estero e un docu­men­to di Wikileaks ha rive­la­to finan­zia­men­ti Usa per alme­no 6 milio­ni di dol­la­ri all’opposizione al Baath. Insomma, la situa­zio­ne rischia di dege­ne­ra­re in uno scon­tro in sti­le libi­co, nono­stan­te gran par­te del­la popo­la­zio­ne sia con­tro il regi­me: Assad ha una for­te influen­za su eser­ci­to e appa­ra­ti sta­ta­li, e un crol­lo del regi­me come in Tunisia non è all’orizzonte.

Parallelamente, c’è chi non sta a guar­da­re: i Sauditi temo­no sem­pre più che Tehran, gra­zie al suo pro­gram­ma nuclea­re, diven­ti una poten­za regio­na­le in gra­do di met­te­re in peri­co­lo la loro ege­mo­nia. Per que­sto, dopo aver acqui­si­to testa­te nuclea­ri dal Pakistan, avreb­be­ro appe­na com­pra­to dai cine­si mis­si­li di ulti­ma gene­ra­zio­ne capa­ci di tra­spor­ta­re le testa­te in tut­to il Medio Oriente. Il prin­ci­pe Bandar bin Sultan, poten­tis­si­mo segre­ta­rio gene­ra­le del Consiglio di Sicurezza nazio­na­le sau­di­ta, ha trat­ta­to l’acquisto di vet­to­ri cine­si DongFeng 21 e DongFeng 15, che pos­so­no esse­re cari­ca­ti con testa­te nuclea­ri e rag­giun­ge­re i 1800 km di distan­za, cioè ben oltre l’Iran e Israele. Una mos­sa pre­ven­ti­va nei con­fron­ti di Tehran, nel caso le sue ambi­zio­ni nuclea­ri o impe­ria­li­ste, ad esem­pio sul Bahrein scii­ta, dive­nis­se­ro con­cre­te. La rea­zio­ne occi­den­ta­le non si è fat­ta atten­de­re: il segre­ta­rio alla Difesa Usa si è pre­ci­pi­ta­to a Riad per ten­ta­re di rin­sal­da­re il lega­me con i sau­di­ti, ora sem­pre più ami­ci del­la Cina.

Cercare di capi­re le dina­mi­che sot­ter­ra­nee del Medio Oriente è il pri­mo pas­so per com­pren­de­re che le cose sono più com­pli­ca­te di come appa­io­no. Ai dilem­mi mora­li su come e quan­do inter­ve­ni­re, si deve accom­pa­gna­re la con­sa­pe­vo­lez­za che il mon­do può esse­re un posto spor­co, mute­vo­le e con­trad­dit­to­rio. Non per que­sto pos­sia­mo esi­mer­ci dal far­ci i con­ti.

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