Esperimenti di democrazia

Gianluca Sgueo,

Mani coloratePrendete il com­mer­cio, la finan­za e la tute­la dell’ambiente. Sono tre temi impor­tan­ti. Ciascuno di essi è ogget­to di ripe­tu­ti inter­ven­ti a ope­ra del­le auto­ri­tà pub­bli­che di tut­to il mon­do.

Provate ora a imma­gi­na­re, e poi quan­ti­fi­ca­re, la mole d’interessi che gra­vi­ta attor­no a cia­scu­no di que­sti temi. Vi accor­ge­re­te che l’elenco è lun­go. Ne fan­no par­te impre­se – pic­co­le e gran­di – mul­ti­na­zio­na­li, orga­niz­za­zio­ni non gover­na­ti­ve, cen­tri di ricer­ca e fon­da­zio­ni. Ci sono anche ban­che, isti­tu­ti di cre­di­to, sin­da­ca­ti e asso­cia­zio­ni reli­gio­se. Poi, natu­ral­men­te, ne fan­no par­te gli Stati, inclu­se le innu­me­re­vo­li arti­co­la­zio­ni di cui que­sti si com­pon­go­no (auto­ri­tà indi­pen­den­ti, mini­ste­ri, agen­zie, ammi­ni­stra­zio­ni regio­na­li, enti loca­li, muni­ci­pi e comi­ta­ti di quar­tie­re). Infine, ci sono le orga­niz­za­zio­ni inter­na­zio­na­li.

Il nume­ro e la varie­tà dei sog­get­ti pub­bli­ci che, a vario tito­lo, deci­do­no (o in alcu­ni casi vor­reb­be­ro par­te­ci­pa­re all’assunzione) del­le que­stio­ni lega­te al com­mer­cio, alla finan­za e all’ambiente è tale che sareb­be impos­si­bi­le met­te­re tut­ti d’accordo. Così, quel­li che han­no la facol­tà di deci­de­re – ovve­ro gli Stati – esco­gi­ta­no del­le “scor­cia­to­ie”: crea­no le orga­niz­za­zio­ni inter­na­zio­na­li. I gover­ni deci­do­no volon­ta­ria­men­te di dele­ga­re il pote­re deci­sio­na­le a favo­re di isti­tu­zio­ni che si tro­va­no al di fuo­ri dei loro con­fi­ni (e, dun­que, fuo­ri dal loro con­trol­lo). È vero che così facen­do sono costret­ti a cede­re irri­me­dia­bil­men­te por­zio­ni di sovra­ni­tà, ma si trat­ta comun­que di un’operazione con­ve­nien­te. Trasferire oltre i con­fi­ni nazio­na­li la sede in cui ven­go­no pre­se le deci­sio­ni raf­for­za infat­ti rap­por­ti tra Stati e faci­li­ta le nego­zia­zio­ni tra que­sti. Inoltre, una vol­ta che le deci­sio­ni sono pre­se, il fat­to che sia­no sta­te assun­te da un’organizzazione inter­na­zio­na­le garan­ti­sce il bol­li­no d’imparzialità: le scel­te rap­pre­sen­ta­no l’espressione del vole­re comu­ne di tut­ti gli Stati e non solo di alcu­ni tra que­sti.

Ma le orga­niz­za­zio­ni inter­na­zio­na­li da sole non basta­no a met­te­re d’accordo tut­ti gli inte­res­sa­ti. Come spie­ga­re altri­men­ti il movi­men­to no-glo­bal di Seattle, le azio­ni dimo­stra­ti­ve di Greenpeace o quel­le con­tro l’energia nuclea­re? E che dire del­le rivol­te del­le comu­ni­tà loca­li che, un po’ ovun­que nei Paesi meno svi­lup­pa­ti, si bat­to­no affin­chè i loro dirit­ti non ven­ga­no cal­pe­sta­ti quan­do i loro gover­ni, for­ti di finan­zia­men­ti ero­ga­ti a livel­lo inter­na­zio­na­le, deci­do­no di rea­liz­za­re nuo­ve infra­strut­tu­re o gran­di ope­re?

Stretta di manoMa man­ca anco­ra qual­co­sa per com­por­re il mosai­co. Il dirit­to al con­trad­dit­to­rio. Se esclu­dia­mo poche e spo­ra­di­che ecce­zio­ni, le orga­niz­za­zio­ni inter­na­zio­na­li tra­di­zio­na­li rap­pre­sen­ta­no una mera pro­ie­zio­ne dei gover­ni oltre i con­fi­ni nazio­na­li. Non c’è posto per la socie­tà civi­le, oppu­re lo spa­zio è tal­men­te ridot­to da impe­di­re, nei fat­ti, la par­te­ci­pa­zio­ne dei cit­ta­di­ni ai pro­ces­si deci­sio­na­li. Per que­sto si bat­to­no le orga­niz­za­zio­ni che rap­pre­sen­ta­no il “ter­zo set­to­re” e i movi­men­ti spon­ta­nei del­la socie­tà civi­le: per ave­re voce in capi­to­lo e model­la­re il con­te­nu­to del­le deci­sio­ni sul­la base del­le pro­prie esi­gen­ze.

Ad esem­pio, se l’Unione Europea deci­de di ban­di­re la com­mer­cia­liz­za­zio­ne dei pro­dot­ti gene­ti­ca­men­te modi­fi­ca­ti e gli Stati Uniti si oppon­go­no, la que­stio­ne vie­ne por­ta­ta all’attenzione dell’Organizzazione mon­dia­le del com­mer­cio, che ten­te­rà di media­re tra i due inte­res­si con­trap­po­sti. Ma anche la socie­tà civi­le vor­rà dire la sua. Gli agri­col­to­ri e gli ambien­ta­li­sti si bat­te­ran­no affin­chè l’Europa pos­sa man­te­ne­re il divie­to. Le mul­ti­na­zio­na­li (sta­tu­ni­ten­sti ma anche euro­pee) soster­ran­no inve­ce per la mag­gior par­te la posi­zio­ne degli Stati Uniti, poi­chè que­sta con­sen­ti­reb­be loro di gene­ra­re pro­fit­ti su un nuo­vo mer­ca­to.

E anco­ra: se il Fondo mone­ta­rio inter­na­zio­na­le deci­de di ero­ga­re un finan­zia­men­to a favo­re del gover­no india­no per ripro­get­ta­re il siste­ma di tra­spor­to pub­bli­co a Mumbai, i cit­ta­di­ni che subi­sco­no l’espropriazione dei ter­re­ni e del­le case vor­ran­no espri­me­re il loro dis­sen­so. Se il Kazakistan appro­va un pia­no eco­no­mi­co che con­sen­te lo smal­ti­men­to di rifiu­ti nuclea­ri pro­ve­nien­ti da altri Stati sul pro­prio ter­ri­to­rio (e lo fa con il con­sen­so taci­to dei gover­ni che han­no sot­to­scrit­to la Convenzione di Aarhus sul­la tute­la dell’ambiente) le orga­niz­za­zio­ni ambien­ta­li­ste e le comu­ni­tà loca­li a ten­te­ran­no di oppor­si al pia­no, o quan­to­me­no cer­che­ran­no di intro­dur­re modi­fi­che che dia­no loro mag­gio­ri garan­zie.

Pugno maniA lun­go i gover­ni han­no igno­ra­to le pres­sio­ni del­la socie­tà civi­le eser­ci­ta­te fuo­ri dai con­fi­ni nazio­na­li. Per moti­va­re la loro scel­ta han­no spie­ga­to che le deci­sio­ni del­le orga­niz­za­zio­ni inter­na­zio­na­li devo­no esse­re appli­ca­te a livel­lo nazio­na­le. In quel­la sede, soste­ne­va­no i gover­ni, i cit­ta­di­ni avreb­be­ro avu­to il loro spa­zio. Ma que­sta teo­ria oggi non reg­ge, per alme­no quat­tro moti­vi.

Primo, per­ché garan­ti­re la par­te­ci­pa­zio­ne a mon­te, duran­te l’assunzione di una deci­sio­ne, è cosa mol­to diver­sa dal garan­tir­la a val­le, quan­do cioè la deci­sio­ne è pre­sa e si trat­ta sola­men­te di attuar­la.

Secondo, per­ché oggi è impos­si­bi­le per i gover­ni nascon­de­re le infor­ma­zio­ni ai pro­pri cit­ta­di­ni. Internet offre uno stru­men­to for­mi­da­bi­le di comu­ni­ca­zio­ne, in gra­do di mobi­li­ta­re una rivol­ta, soste­ne­re una cam­pa­gna di con­tro-infor­ma­zio­ne, o più sem­pli­ce­men­te dif­fon­de­re le infor­ma­zio­ni.

Terzo, per­ché la socie­tà civi­le è sem­pre più cosmo­po­li­ta. Prendete i diri­gen­ti di tut­te le gran­di orga­niz­za­zio­ni non gover­na­ti­ve: sono per­so­ne che han­no stu­dia­to all’estero, par­la­no più lin­gue e cono­sco­no bene i pro­ble­mi di Paesi lon­ta­ni dal loro luo­go di nasci­ta. Le stes­se asso­cia­zio­ni di set­to­re han­no sedi all’estero e con­ta­no su un net­work di col­la­bo­ra­to­ri e soste­ni­to­ri distri­bui­to su tut­to il glo­bo.

Quarto, per­chè igno­ra­re l’opinione del­la socie­tà civi­le non con­vie­ne più. Come giu­sti­fi­ca­re le spe­se neces­sa­rie per soste­ne­re le atti­vi­tà del­le orga­niz­za­zio­ni inter­na­zio­na­li? E come legit­ti­ma­re le deci­sio­ni che que­ste pren­do­no di fron­te ai desti­na­ta­ri, se que­sti non ne han­no avu­to noti­zia? L’accoun­ta­bi­li­ty (la respon­sa­bi­li­tà), come dico­no gli ame­ri­ca­ni, è un bene che si com­pra sol­tan­to barat­tan­do­lo con un po’ di demo­cra­zia.

JoinPer que­sto oggi assi­stia­mo alla nasci­ta degli espe­ri­men­ti di demo­cra­zia glo­ba­le. Non si trat­ta di veri e pro­pri siste­mi di par­te­ci­pa­zio­ne demo­cra­ti­ca. Anzi, sono siste­mi imper­fet­ti, lacu­no­si e a vol­te disfun­zio­na­li. Ma han­no il pre­gio di rap­pre­sen­ta­re un’idea, sep­pu­re spe­ri­men­ta­le, di demo­cra­zia par­te­ci­pa­ti­va oltre i con­fi­ni degli Stati. Si trat­ta di espe­ri­men­ti che le orga­niz­za­zio­ni inter­na­zio­na­li sono costret­te ad attua­re, per pro­va­re a con­te­ne­re le pres­sio­ni del­la socie­tà civi­le e con­tri­bui­re così a for­ma­re deci­sio­ni più eque.

Come tut­ti gli espe­ri­men­ti, l’esito è asso­lu­ta­men­te incer­to. Nulla esclu­de che la demo­cra­zia par­te­ci­pa­ti­va attec­chi­sca e che le orga­niz­za­zio­ni inter­na­zio­na­li diven­ga­no luo­ghi di dibat­ti­to e con­fron­to tra la socie­tà civi­le e i gover­ni. Ma allo stes­so tem­po nul­la esclu­de il con­tra­rio. Partecipare costa, e non tut­ti pos­so­no per­met­ter­se­lo. Inoltre, ci sono mil­le modi per spac­cia­re un siste­ma come demo­cra­ti­co, quan­do demo­cra­ti­co non è.

È un bel pro­ble­ma. Sia nel sen­so che si trat­ta di una que­stio­ne affa­sci­nan­te; sia nel sen­so che il tema è affa­sci­nan­te. Per chi fos­se inte­res­sa­to, appro­fon­di­sco la que­stio­ne in un libro pub­bli­ca­to ad apri­le 2011 da Rubbettino. Si chia­ma pro­prio “Esperimenti di demo­cra­zia glo­ba­le“. Buona let­tu­ra, se vor­re­te.