Il bastone e la carota

Alessandro Zanardi,

Informazione

Vuoi lavo­ra­re per la più impor­tan­te azien­da di scar­pe al mon­do? Allora devi far­lo gra­tis.

Quest’esempio, che a mol­ti sem­bre­rà assur­do, rical­ca esat­ta­men­te cosa sta avve­nen­do in diver­si set­to­ri del mon­do dell’informazione. I model­li pro­dut­ti­vi e gestio­na­li dei gran­di colos­si media­ti­ci infat­ti stan­no cam­bian­do secon­do logi­che che fino a pochi anni fa era­no impen­sa­bi­li.

A sca­te­na­re il dibat­ti­to è sta­ta la recen­te rispo­sta di Arianna Huffington (diret­to­re dell’omonimo Huffington Post – uno dei blog più visi­ta­ti sul­la rete) agli oltre 3.000 col­la­bo­ra­to­ri volon­ta­ri che recla­ma­va­no un com­pen­so in segui­to all’acquisizione del por­ta­le da par­te di Aol (America on line) per 315 milio­ni di dol­la­ri: «se il vostro nome sul sito non vi basta, pote­te andar­ve­ne».

Per tut­ta rispo­sta i blog­ger han­no avvia­to una “class-action” con­tro l’Huffington Post chie­den­do in risar­ci­men­to 105 milio­ni di dol­la­ri. Staremo a vede­re cosa deci­de­rà la giu­ri­spru­den­za sta­tu­ni­ten­se. È signi­fi­ca­ti­vo però che nel­lo stes­so perio­do l’Huffington Post abbia lan­cia­to una sfi­da al New York Times, con­vin­to di poter­lo bat­te­re sul nume­ro di uten­ti quo­ti­dia­ni.

La logi­ca indu­stria­le che sta die­tro que­sti avve­ni­men­ti è chia­ra. Il por­ta­le pun­ta a cre­sce­re rein­ve­sten­do la mag­gior par­te dell’utile in stra­te­gie di comu­ni­ca­zio­ne per ave­re mag­gio­re visi­bi­li­tà, rispar­mian­do per quan­to pos­si­bi­le sul­la pro­du­zio­ne dei con­te­nu­ti. Il nume­ro dei visi­ta­to­ri cre­sce, di pari pas­so alle entra­te pub­bli­ci­ta­rie e alla posi­zio­ne sul mer­ca­to. Diventa così sem­pre più appe­ti­bi­le come dato­re di lavo­ro da inse­ri­re nel cur­ri­cu­lum per poten­zia­li gior­na­li­sti, dispo­sti a pro­dur­re con­te­nu­ti gra­tui­ta­men­te. Il giro si ripe­te, in un cir­co­lo con­ti­nuo.

Arianna Huffington, o altri dato­ri di lavo­ro, pos­so­no per­met­ter­si di rispon­de­re così ai pro­pri col­la­bo­ra­to­ri per­ché san­no che die­tro ci sono schie­re di gio­va­ni talen­tuo­si dispo­sti a pren­der­ne il posto, nel­la spe­ran­za di avvia­re una car­rie­ra pre­sti­gio­sa. Il pro­ble­ma è che, secon­do que­sti model­li, la car­rie­ra potreb­be non arri­va­re mai. Un po’ come il mulo che tira il car­ret­to nel­la spe­ran­za di affer­ra­re la caro­ta pen­zo­lan­te davan­ti ai pro­pri occhi, ma che non potrà mai rag­giun­ge­re.

Chi pen­sa che i “cat­ti­vi” sia­no i dato­ri di lavo­ro non coglie il pro­ble­ma nel suo insie­me. Nessuno è obbli­ga­to a pren­de­re que­ste scel­te, sono le leg­gi del­la doman­da e dell’offerta. I blog­ger deci­do­no di col­la­bo­ra­re gra­tui­ta­men­te per ave­re visi­bi­li­tà, il pub­bli­co apprez­za con­te­nu­ti fre­quen­ti e gra­tui­ti (spes­so a disca­pi­to del­la qua­li­tà), gli impren­di­to­ri vedo­no il pro­prio pro­dot­to cre­sce­re.

Se i gior­na­li­sti rite­nes­se­ro dav­ve­ro inac­cet­ta­bi­le que­sta situa­zio­ne potreb­be­ro scio­pe­ra­re col­let­ti­va­men­te, in modo da met­te­re in dif­fi­col­tà gli impren­di­to­ri e otte­ne­re mag­gio­ri dirit­ti.

La veri­tà non sta tut­ta da una par­te. Il suc­ces­so di que­sti model­li è decre­ta­to anche dal pub­bli­co e dai col­la­bo­ra­to­ri, che poi para­dos­sal­men­te sono i pri­mi a rico­no­scer­ne gli effet­ti per­ver­si. Forse la ten­ta­zio­ne di vede­re il pro­prio nome su una gran­de testa­ta è più for­te che otte­ne­re un lavo­ro giu­sta­men­te retri­bui­to, oppu­re no?

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