La sindrome delle micro machines

Gianluca Sgueo,

Micro machinesRicordo che quan­do ero pic­co­lo impaz­zò per qual­che tem­po un gio­chi­no: le micro machi­nes. Si trat­ta­va di model­li­ni di auto­mo­bi­le in minia­tu­ra. La cura del det­ta­glio era note­vo­le. Ciascuna auto­mo­bi­li­na ripro­du­ce­va fedel­men­te il model­lo ori­gi­na­rio, com­pre­so il pilo­ta. Quest’ultimo era rap­pre­sen­ta­to da un pic­co­lo pupaz­zo di pla­sti­ca, rica­va­to dal­lo stes­so pez­zo di mate­ria­le di cui era fat­to il sedi­le. Tant’è che spes­so il colo­re era lo stes­so. Così, se per qual­sia­si ragio­ne si vole­va eli­mi­na­re il pilo­ta, si era costret­ti a eli­mi­na­re anche il sedi­le, e vice­ver­sa.

Perché ho rispol­ve­ra­to un mostro sacro degli anni Novanta? Perchè tro­vo che sia cal­zan­te per descri­ve­re lo sta­to in cui ver­sa la clas­se diri­gen­te ita­lia­na. Il Belpaese sof­fre del­la sin­dro­me del­le micro machi­nes: non è pos­si­bi­le rimuo­ve­re i tito­la­ri dal­le pol­tro­ne (rico­pra­no essi un inca­ri­co poli­ti­co o ammi­ni­stra­ti­vo) se non a costo di sfor­zi sovru­ma­ni. La per­ver­sio­ne è tale che, per libe­rar­si dell’occupante, spes­so si deve eli­mi­na­re anche la pol­tro­na.

Il caso del mini­stro dei Beni cul­tu­ra­li, quel­lo del pre­si­den­te del Consiglio, ma anche quel­li di diver­si gior­na­li­sti Rai (rein­tro­dot­ti for­zo­sa­men­te in orga­ni­co gra­zie alle sen­ten­ze dei giu­di­ci) sono tut­ti esem­pli­fi­ca­ti­vi. Nel caso del­le auto­ri­tà garan­ti e di alcu­ni mini­ste­ri si è arri­va­ti al para­dos­so: in man­can­za di un accor­do una­ni­me su chi fos­se più adat­to da col­lo­ca­re sul­la pol­tro­na, si è pre­fe­ri­to lasciar­la vuo­ta. Quando poi qual­cu­no deci­de di rom­pe­re con la tra­di­zio­ne e di fare piaz­za puli­ta (è acca­du­to recen­te­men­te con la giun­ta capi­to­li­na) lo scon­cer­to è gran­de. Ci si pre­oc­cu­pa del­le con­se­guen­ze del ricam­bio, tra­scu­ran­do­ne i bene­fi­ci.

poltronaÈ comun­que neces­sa­ria qual­che distin­zio­ne: da un lato appa­re sacro­san­to l’ordine di reim­mis­sio­ne di un lavo­ra­to­re allon­ta­na­to ingiu­sta­men­te dall’azienza; dall’altro la resi­sten­za dei ver­ti­ci a lascia­re la gui­da – anche quan­do l’abbandono è richie­sto ad alta voce dal­le for­ze poli­ti­che, dall’opinione pub­bli­ca e dal buon­sen­so – è grot­te­sca.

L’impressione è che un radi­ca­to attac­ca­men­to alle cari­che pre­val­ga sul sen­so del dove­re. Con con­se­guen­ze che fan­no male a tut­ti: al tito­la­re del­la pol­tro­na, che per­de in cre­di­bi­li­tà e con­sen­so; ai cit­ta­di­ni, cui si offre una ver­sio­ne distor­ta del­le dina­mi­che di un siste­ma demo­cra­ti­co (il ricam­bio dei veri­ti­ci dovreb­be esse­re un pun­to di for­za); e fa male alle stes­se isti­tu­zio­ni, gui­da­te sem­pre dal­le stes­se per­so­na­li­tà.

La sin­dro­me del­le micro machi­nes può ave­re tan­te cau­se. La pri­ma è lega­ta allo spi­ri­to di soprav­vi­ven­za: in tem­po di cri­si ci si può legit­ti­ma­men­te aspet­ta­re una ritro­sia mag­gio­re ad abban­do­na­re il pro­prio posto di lavo­ro. Una secon­da cau­sa è anche con­se­guen­za del­la sin­dro­me: poi­chè i pilo­ti incol­la­ti alle pol­tro­ne sono sem­pre gli stes­si, ine­vi­ta­bil­men­te si ali­men­ta un cli­ma da cor­po­ra­zio­ne dove vige la logi­ca “se oggi io difen­do te, tu doma­ni difen­de­rai me”. Per alcu­ni c’è anche una ter­za cau­sa: la man­can­za di vali­di sosti­tu­ti. Personalmente non sono d’accordo. Prendo tut­ta­via atto del fat­to che mol­ti, soprat­tut­to tra i più gio­va­ni e pro­met­ten­ti, pre­fe­ri­sco­no rinun­cia­re alla “sca­la­ta”, oppu­re scel­go­no di far­la fuo­ri dall’Italia, o anco­ra si uni­for­ma­no a logi­che di gerar­chia imba­raz­zan­ti (come avvie­ne nell’università).

Le con­se­guen­ze disa­stro­se del­la sin­dro­me sono note a tut­ti: le vive ogni gior­no il cit­ta­di­no medio. Le solu­zio­ni, se esi­sto­no, han­no il sapo­re ama­ro dell’ideale. Amaro per­chè gli idea­li, quan­do non sono desti­na­ti a resta­re tali, spes­so devo­no scen­de­re a pat­ti con la real­tà, spor­can­do­si. Sicuramente l’attaccamento alle pol­tro­ne si scon­fig­ge con un ricam­bio for­te e deci­so dei ver­ti­ci: un ricam­bio favo­re­vo­le ai gio­va­ni. Ben ven­ga­no i Renzi e i Vendola se, nono­stan­te il loro stuc­che­vo­le popu­li­smo, saran­no in gra­do di gui­da­re con l’acume e la for­ma men­tis di un gio­va­ne. Infine, dev’essere un ricam­bio tan­to poli­ti­co quan­to ammi­ni­stra­ti­vo. Spostare i pilo­ti del­la poli­ti­ca sen­za toc­ca­re quel­li del­le ammi­ni­stra­zio­ni, o vice­ver­sa, sareb­be un risul­ta­to gran­dio­so, ma a metà.

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