I pantaloni di pelle

Gianluca Sgueo,

PantaloniHo vis­su­to la mia infan­zia ter­ro­riz­za­to da un paio di pan­ta­lo­ni di pel­le. Erano i pri­mi anni Ottanta, men­tre si alza­va­no gli orli dei cal­zo­ni fino a mostra­re la cavi­glia e si ridu­ce­va­no le misu­re dei col­li alle cami­cie, i capi di abbi­glia­men­to del decen­nio pre­ce­den­te resi­ste­va­no stoi­ca­men­te. Tra que­sti i pan­ta­lo­ni di pel­le. Un indu­men­to di una sco­mo­di­tà imba­raz­zan­te. Stringenti come un fuseaux, rigi­di e fred­di. Ma, soprat­tut­to, sog­get­ti a faci­le (e irri­me­dia­bi­le) usu­ra. Bastava nul­la per graf­fiar­li, rovi­nan­do­li. Erano fat­ti così i miei pan­ta­lo­ni di pel­le, con l’imperdonabile aggra­van­te del color ava­na. Quando ero costret­to a indos­sar­li per vole­re di mia madre, mi tro­va­vo a vive­re ripe­tu­ti momen­ti di ango­scia. Prima, sapen­do che la mia oppo­si­zio­ne sareb­be sta­ta inu­ti­le. Durante, per i sup­pli­zi che avrei dovu­to subi­re indos­san­do quei pan­ta­lo­ni. Dopo, quan­do era tem­po di veri­fi­ca­re il loro “sta­to di salu­te”.

Fortunatamente l’amara paren­te­si del pan­ta­lo­ne ava­na è dura­ta poco. Oggi sono sol­tan­to un lon­ta­no ricor­do. Questi gior­ni però, leg­gen­do del­la cri­si del Maghreb sui gior­na­li, non ho potu­to fare a meno di ricor­da­re quei pan­ta­lo­ni. È sta­ta un’associazione spon­ta­nea e repen­ti­na. Ho pen­sa­to allo sta­to di insof­fe­ren­za dei gio­va­ni nor­da­fri­ca­ni. La fru­stra­zio­ne di una gene­ra­zio­ne media­men­te istrui­ta e “glo­ba­liz­za­ta”, capa­ce cioè di cono­sce­re in tem­po rea­le gli acca­di­men­ti dei Paesi oltre i loro con­fi­ni – nel­la vici­na Europa – e addi­rit­tu­ra di inte­ra­gi­re con i pro­pri vici­ni. Una gene­ra­zio­ne che ha viag­gia­to più di quel­la pre­ce­den­te e che non può né vuo­le accon­ten­tar­si del­le pro­spet­ti­ve offer­te dal pro­prio Paese. Nessuno vuo­le lavo­ra­re la ter­ra e nes­su­no, se è for­tu­na­to abba­stan­za da tro­va­re lavo­ro, è dispo­sto a con­dur­re un’esistenza di sten­ti. I più for­tu­na­ti e bene­stan­ti emi­gra­no. I meno for­tu­na­ti – e sono la mag­gio­ran­za – devo­no con­fron­tar­si con pro­spet­ti­ve deso­lan­ti.

Donna maghreb protestaLe rivo­lu­zio­ni che nasco­no e si pro­pa­ga­no nei Paesi nor­da­fri­ca­ni sono radi­ca­te nel­la voglia di demo­cra­zia, giu­sti­zia e moder­ni­tà; ma allo stes­so tem­po van­no oltre que­sto desi­de­rio. Vanno oltre per­ché rispon­do­no alla neces­si­tà di sod­di­sfa­re qual­co­sa di ancor più pri­ma­rio, la cui lun­ga nega­zio­ne ha con­dot­to all’esasperazione: il biso­gno di nor­ma­li­tà. Il sen­tir­si cioè in qual­che modo simi­li ai coe­ta­nei ita­lia­ni, fran­ce­si, ingle­si, tede­schi o sta­tu­ni­ten­si. Il biso­gno di sce­glie­re se lavo­ra­re mol­to e spen­de­re il pro­prio dena­ro, maga­ri con un bel viag­gio o con l’acquisto di un tele­vi­so­re nuo­vo; oppu­re di gua­da­gna­re “il giu­sto” e dedi­car­si alla fami­glia e al tem­po libe­ro. Ed è anche per que­sto moti­vo che sono rivo­lu­zio­ni “mino­ri”. Rappresentano cioè il riflus­so del­la glo­ba­liz­za­zio­ne (di cui inter­net, pro­ta­go­ni­sta indi­scus­so di quan­to è acca­du­to, è uno stru­men­to) e la sua for­tis­si­ma capa­ci­tà per­sua­si­va. Democrazia, liber­tà e giu­sti­zia ci sono, ma ven­go­no dopo.

Giulio Tremonti, inter­vi­sta­to dal Corriere del­la Sera, si chie­de se que­sta rivo­lu­zio­ne sia sta­ta stru­men­ta­liz­za­ta dai “pote­ri for­ti”, pote­ri cioè ester­ni e sovraor­di­na­ti, frut­to di pres­sio­ni eser­ci­ta­te dai gover­ni occi­den­ta­li, dai movi­men­ti estre­mi­sti orien­ta­li o dal­le orga­niz­za­zio­ni inter­na­zio­na­li. La sua è una per­ples­si­tà legit­ti­ma – i regi­mi auto­ri­ta­ri che oggi vacil­la­no, negli anni scor­si han­no impe­di­to alle oppo­si­zio­ni di strut­tu­rar­si in manie­ra soli­da e difat­ti que­ste ulti­me sono sta­te col­te impre­pa­ra­te dal­le rivo­lu­zio­ni – ma che non con­di­vi­do. Piuttosto, se stru­men­ta­liz­za­zio­ne c’è sta­ta, que­sta è sta­ta det­ta­ta dal­la moda, dal­la musi­ca e dai costu­mi glo­ba­li. Lo scar­to tra que­sti e gli stan­dard nazio­na­li era trop­po stri­den­te per­ché non finis­se per eser­ci­ta­re una pre­sa for­te sui più gio­va­ni.

Un ulti­mo ricor­do per­so­na­le. Liberatomi dal fami­ge­ra­to pan­ta­lo­ne di pel­le ava­na, per mol­ti anni non ho resi­sti­to alla ten­ta­zio­ne di indos­sa­re pan­ta­lo­ni lar­ghi e como­di. Un orien­ta­men­to che si spie­ga come “rea­zio­ne al trau­ma”. Credo sia que­sta la vera doman­da da por­si per il Nord Africa: fini­to l’entusiasmo, tor­na­ti alla nor­ma­li­tà, in che modo e con qua­li rica­du­te i gio­va­ni sapran­no dar­si da fare per costrui­re Paesi che rispon­da­no ai loro idea­li?

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