Buon giorno Tunisia!

Filippo Caracciolo,

Bandiera tunisiaQualcosa si sta muo­ven­do, qual­co­sa si è già mos­so e qualcos’altro si dovrà muo­ve­re anco­ra. Rabbia, fru­sta­zio­ne, per­di­ta di fidu­cia, fame, disoc­cu­pa­zio­ne. Ecco le “mic­ce” che han­no fat­to esplo­de­re le stra­de di Tunisi, inva­se da mani­fe­sta­ti pro­ve­nien­ti da tut­to il Paese. Il ceri­no è sta­to acce­so da Mohamed Bouazizi il 17 dicem­bre scor­so. Il tuni­si­no di 26 anni si è dato fuo­co per pro­te­sta­re con­tro la man­ca­ta auto­riz­za­zio­ne a ven­de­re frut­ta e ver­du­ra da par­te del­la poli­zia loca­le. Mohamed è dive­nu­to così il sim­bo­lo emble­ma­ti­co del­la lot­ta al caro­vi­ta, deno­mi­na­ta “la guer­ra del pane”. Il suo gesto è sta­to imi­ta­to da mol­ti ragaz­zi tuni­si­ni che, dispe­ra­ti, han­no tro­va­to nel dar­si fuo­co l’unica via di fuga da un Paese logo­ra­to dal­la cor­ru­zio­ne e sen­za sboc­chi occu­pa­zio­na­li per i gio­va­ni lau­rea­ti.

Il 17 gen­na­io, un mese dopo il mar­ti­rio di Bouazizi, Abu Abdel Monem si dava fuo­co davan­ti al Parlamento del­la cit­tà del Cairo. Ricoverato in ospe­da­le tra la vita e la mor­te, ha rac­con­ta­to di non riu­sci­re più a man­te­ne­re la fami­glia di quat­tro figli. Almeno altri cin­que iden­ti­ci casi si sono veri­fi­ca­ti in Egitto e nel Nord Africa. Il mal­con­ten­to si esten­de a effet­to domi­no.

«Il nostro popo­lo è sull’orlo del­la dispe­ra­zio­ne: abbia­mo quin­di deci­so di espri­me­re la nostra pro­te­sta e di scuo­te­re la coscien­za col­let­ti­va. Il nostro grup­po è costi­tui­to da volon­ta­ri, pron­ti a bru­ciar­si per la cau­sa». Sono paro­le che rie­cheg­gia­no nel­la men­te, quel­le scrit­te sui dia­ri del mar­ti­re anti­so­vie­ti­co Jan Palach, dive­nu­to sim­bo­lo del­la Primavera di Praga nel 1969 dopo esser­si dato fuo­co in nome del­la liber­tà in piaz­za San Venceslao. Il para­go­ne è tra­gi­co: dimo­stra che ieri come oggi, per­ché la pro­te­sta sia effi­ca­ce e media­ti­ca­men­te visi­bi­le, occor­re por­tar­la all’estreme con­se­guen­ze. Occorre che il popo­lo si fac­cia “tor­cia uma­na”.

rivolta del paneSubito dopo que­sti fat­ti, in Tunisia esplo­de un tur­bi­nio di san­gui­no­se pro­te­ste con­tro Zine El-Abidine Ben Ali (tiran­ni­co pre­si­den­te da 23 anni), la sua fami­glia e il suo par­ti­to. Gli scon­tri sono vio­len­ti: da una par­te il popo­lo, com­po­sto da cit­ta­di­ni, lavo­ra­to­ri, stu­den­ti e pro­fes­so­ri uni­ver­si­ta­ri; dall’altra la Guardia nazio­na­le tuni­si­na, che spa­ra alla cie­ca su fol­le di mani­fe­stan­ti come fos­se­ro for­mi­che da ster­mi­na­re. Il gover­no tuni­si­no e i media misti­fi­ca­no le rea­li cifre dei cadu­ti e i mor­ti aumen­ta­no gior­no dopo gior­no. Tra le vit­ti­me civi­li si con­ta­no anche un foto­gra­fo fran­ce­se e un pro­fes­so­re uni­ver­si­ta­rio d’informatica. Ma i tuni­si­ni non si ras­se­gna­no, mani­fe­sta­no, lot­ta­no, cado­no, si rial­za­no, urlan­do in coro:  «Tunis hor­ra hor­ra, Ben Ali ala bar­ra!» (Tunisia libe­ra, Ben Ali vat­te­ne). Le for­mi­che infat­ti si muo­vo­no più velo­ce­men­te dei pro­iet­ti­li, si uni­sco­no com­pat­te e assal­ta­no i palaz­zi isti­tu­zio­na­li. Salgono fino agli uffi­ci del Raggruppamento costi­tu­zio­na­le demo­cra­ti­co (Rcd), met­ten­do in fuga il pre­si­den­te Ben Ali e sua moglie (Alia Trabelsi) dete­sta­ta dal popo­lo per il mono­po­lio di cui gode la sua fami­glia su ogni tipo di pro­dot­to. I due rie­sco­no ad atter­ra­re sol­tan­to in Arabia Saudita, dopo esse­re sta­ti respin­ti dal­la Francia.

Tunisia manifestaA seda­re la rivol­ta non è basta­to il discor­so del pre­si­den­te. La sera pri­ma del­la fuga, in onda su tut­te le tele­vi­sio­ne nazio­na­li, ave­va pro­mes­so la ridu­zio­ne dei prez­zi su pane, zuc­che­ro e olio, oltre che l’attuazione di una poli­ti­ca di sospen­sio­ne ed eso­ne­ro dei dirit­ti doga­na­li. Non è ser­vi­ta nem­me­no la pro­mes­sa di ripri­sti­no del­le liber­tà civi­li, di sospen­sio­ne del­la poli­ti­ca di repres­sio­ne e di revo­ca del­la cen­su­ra sul­la tele­vi­sio­ne e su Internet. Il popo­lo tuni­si­no non ha con­ces­so una dele­ga alla cie­ca, non ha cre­du­to di nuo­vo alle paro­le sua­den­ti di un pre­si­den­te mani­po­la­to­re, che a soste­gno del­le sue pro­mes­se ha man­da­to in stra­da grup­pi di mer­ce­na­ri a urla­re il suo nome.

La lezio­ne del­la sto­ria ci inse­gna che non di rado il popo­lo riem­pie le piaz­ze, pro­te­sta, urla. Ma spes­so la situa­zio­ne rima­ne immu­ta­ta e i feri­ti nel­la pol­ve­re. La Tunisia è inve­ce un’eccezione: la piaz­za ha vin­to. Il col­lan­te tra la dispo­ti­ca dit­ta­tu­ra di Ben Ali e il popo­lo si è sgre­to­la­to: la pau­ra è scom­par­sa. Mettendo in fuga il suo pre­si­den­te, la Tunisia ha com­piu­to il pri­mo pas­so ver­so la tran­si­zio­ne demo­cra­ti­ca, atte­sa da anni e non più rin­via­bi­le.

Le imma­gi­ni del­la fol­la che inneg­gia alla rivo­lu­zio­ne riman­da­no con la memo­ria al 1984, anno in cui la Tunisia assi­stet­te alla pre­ce­den­te “guer­ra del pane” (che dopo pochi anni pro­vo­cò il col­po di Stato ai dan­ni del pri­mo pre­si­den­te del­la Tunisia moder­na Habib). Bourguiba fu spo­de­sta­to appun­to da Ben Ali, con l’aiuto del Sismi: il ser­vi­zio segre­to ita­lia­no per le infor­ma­zio­ni mili­ta­ri, con allo­ra diret­to­re Fulvio Martini, lo fece infat­ti dichia­ra­re ini­do­neo per seni­li­tà. Proprio Martini fu invia­to in Tunisia da Bettino Craxi, con­si­glia­to a sua vol­ta dall’Onorevole Aldo Moro: que­sti ave­va ela­bo­ra­to un siste­ma per avvi­ci­na­re i Paesi del Maghreb a quel­li demo­cra­ti­ci occi­den­ta­li. I suoi rea­li inte­res­si era­no però quel­li di evi­ta­re che gli inve­sti­men­ti ita­lia­ni doves­se­ro sot­to­sta­re alla tan­gen­te che obbli­ga­va gli inve­sti­to­ri este­ri ad ave­re asso­cia­zio­ni con rap­pre­sen­tan­ti di fami­glie lega­te diret­ta­men­te a Habib Bourguiba. Non a caso Bettino Craxi, dopo esse­re sta­to accu­sa­to di “arric­chi­men­to per­so­na­le” attra­ver­so tan­gen­ti e con­dan­na­to a 23 anni e sei mesi di reclu­sio­ne, si rifu­giò in Tunisia ad Hammemet, dove in tem­pi non sospet­ti si costruì una vil­la e vis­se sot­to la pro­te­zio­ne del­la poli­zia di Ben Ali fino alla sua mor­te nel 2000.

La sot­ti­le dif­fe­ren­za tra le due guer­re inter­ne alla Tunisia (quel­la del 1984 e quel­la odier­na) è che quest’ultima, oltre che ali­men­ta­ta dal­la fame e da un biso­gno natu­ra­le di demo­cra­zia, è fomen­ta­ta soprat­tut­to da uno svi­lup­po uni­ver­si­ta­rio non ade­gua­to al fab­bi­so­gno lavo­ra­ti­vo del Paese. Sono quin­di i diplo­ma­ti e i neo­lau­rea­ti a sof­fia­re sul fuo­co duran­te le rap­pre­sa­glie, chie­den­do a gran voce la pos­si­bi­li­tà di spen­de­re il loro tito­lo di stu­dio.

Bambino manifesta in TunisiaLe sta­ti­sti­che for­ni­te dall’Istituto nazio­na­le di sta­ti­sti­ca tuni­si­no mostra­no infat­ti che il tas­so d’istruzione è cre­sciu­to visto­sa­men­te negli ulti­mi die­ci anni. Aumentano inol­tre le uni­ver­si­tà, pas­san­do da 6 isti­tu­ti nel 1993 a 13 nel 2008; anche la per­cen­tua­le del Pil spe­sa per l’istruzione sale di 0.4% in vent’anni. Questi aumen­ti non tro­va­no però riscon­tro in ambi­to lavo­ra­ti­vo: l’offerta scar­seg­gia e i lau­rea­ti si mol­ti­pli­ca­no a vista d’occhio. Il 5% di cre­sci­ta media annua­le dell’economia tuni­si­na nascon­de quin­di una situa­zio­ne eco­no­mi­ca mol­to dif­fi­ci­le per i gio­va­ni tuni­si­ni. Se il tas­so uffi­cia­le com­ples­si­vo di disoc­cu­pa­zio­ne è al 14 %, quel­lo dei gio­va­ni tra i 18 e i 29 anni è cir­ca tre vol­te tan­to.

Le pro­spet­ti­ve futu­re del­la Tunisia riman­go­no un’incognita fin­chè le redi­ni del gover­no non ver­ran­no pre­se da chi real­men­te voglia far evol­ve­re un Paese ric­co di risor­se e col­mo di spe­ran­ze. Arma leta­le per le dit­ta­tu­re è sicu­ra­men­te Internet: que­sto spa­zio, tan­to odia­to dai regi­mi auto­ri­ta­ri e dai ser­vi­zi segre­ti, con­sen­te di scam­bia­re infor­ma­zio­ni, uni­fi­ca­re reti di con­tat­ti e di orga­niz­za­re la pro­te­sta popo­la­re. La cen­su­ra è l’unico mez­zo per com­bat­te­re l’arma del nuo­vo mil­len­nio.

Nel frat­tem­po, le dit­ta­tu­re dei pae­si dell’Africa tre­ma­no: guar­dan­do con sgo­men­to la rivo­lu­zio­ne tuni­si­na, capi­sco­no che la rivol­ta può bus­sa­re alla loro por­ta a gior­ni. Gheddafi, dit­ta­to­re libi­co, in un discor­so rivol­to al popo­lo tuni­si­no affer­ma che quel che è suc­ces­so nel loro Paese in que­sto mese lo ha spa­ven­ta­to…

Qualcosa si muo­ve­rà anco­ra!

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