Spagna gitana

Andrea Lugoboni,

Gypgy auto«Sprecano le loro gior­na­te al sema­fo­ro, muni­ti di deter­si­vo e palet­ta per puli­re i vetri del­le mac­chi­ne; aspet­ta­no alla fer­ma­ta del­la metro per chie­de­re l’elemosina, o peg­gio anco­ra stan­no in aggua­to per ruba­re il por­ta­fo­glio».

La repu­ta­zio­ne dei rom, la mino­ran­za più pove­ra d’Europa, è a dir poco nera: si dice che non abbia­no voglia di lavo­ra­re, che rubi­no, che non sap­pia­no vive­re in mez­zo agli altri. Ma è pro­prio così? Il caso spa­gno­lo sem­bra dimo­stra­re il con­tra­rio: «Nella peni­so­la ibe­ri­ca gli zin­ga­ri tro­va­no un ter­re­no più fer­ti­le per l’integrazione» scri­ve­va il New York Times qual­che set­ti­ma­na fa.

La Spagna di Zapatero ha infat­ti dimo­stra­to al Vecchio Continente come anche que­ste per­so­ne pos­sa­no inse­rir­si nel­la socie­tà occi­den­ta­le. Parlano i nume­ri: il 92%  vive in appar­ta­men­ti e il 50%  ha un lavo­ro rego­la­re. Juan Mato Gomez (respon­sa­bi­le gene­ra­le del mini­ste­ro del­la Salute, Politiche socia­li e Uguaglianza) dichia­ra: «que­sti risul­ta­ti sono par­ti­co­lar­men­te signi­fi­ca­ti­vi, per­ché mina­no alla radi­ce alcu­ni fra i prin­ci­pa­li ste­reo­ti­pi sui rom: che non sia­no in gra­do di vive­re in una casa nor­ma­le e di man­te­ne­re un lavo­ro fis­so».

Ciliegina sul­la tor­ta: qua­si tut­ti i bam­bi­ni rom fre­quen­ta­no la scuo­la ele­men­ta­re; quin­di anche i pre­re­qui­si­ti per l’integrazione sem­bra­no garan­ti­ti. Certo, ci sono volu­ti anni di lavo­ro e inve­sti­men­ti (ben 130 milio­ni di euro dal 2007 al 2013), ma i risul­ta­ti si vedo­no. La ricet­ta è sta­ta con­cen­trar­si su que­stio­ni mol­to pra­ti­che, lascian­do fuo­ri le ideo­lo­gie: tro­va­re un lavo­ro, una casa, pre­oc­cu­par­si di alza­re gli stan­dard di vita.

La doman­da sor­ge spon­ta­nea: si può fare altret­tan­to in Italia? Le rispo­ste sono aper­te. Rimane il dub­bio che l’integrazione nel Belpaese sia resa più com­pli­ca­ta da un retro­ter­ra cul­tu­ra­le intri­so di pre­giu­di­zi. Prendiamo ad esem­pio il rapi­men­to di bam­bi­ni: la Repubblica sostie­ne che non ci sia un solo caso accer­ta­to in Italia, eppu­re la favo­la metro­po­li­ta­na rima­ne.

Se aggiun­gia­mo le con­di­zio­ni pie­to­se di mol­ti cam­pi rom, si spie­ga­no anche alcu­ne que­stio­ni che riguar­da­no le comu­ni­tà gita­ne e il loro rap­por­to con le cit­tà ita­lia­ne: dal­la micro­cri­mi­na­li­tà, all’accatonaggio, all’autoesclusione.

Insomma: zin­ga­ro non fa solo rima con scip­pi e mise­ria, ma anche con inte­gra­zio­ne pos­si­bi­le. Si trat­ta di un per­cor­so lun­go e in sali­ta, dove è richie­sto l’impegno tan­to del­le isti­tu­zio­ni quan­to dei sin­go­li cit­ta­di­ni.

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