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Erica Petrillo,

Donna indiana telefonino

Nel dicem­bre 2008, dopo 161 anni di ono­ra­to ser­vi­zio, lo sto­ri­co grup­po edi­to­ria­le Tribune (pro­prie­ta­rio di 10 cele­bri testa­te ame­ri­ca­ne e 23 sta­zio­ni tele­vi­si­ve) chie­de­va l’accesso alle pro­ce­du­re di ban­ca­rot­ta a fron­te di debi­ti per 13 miliar­di di dol­la­ri. Qualche tem­po dopo, i col­le­ghi del New York Times met­te­va­no una cla­mo­ro­sa ipo­te­ca di 225 milio­ni di dol­la­ri sul nuo­vis­si­mo grat­ta­cie­lo a 52 pia­ni dove si era­no tra­sfe­ri­ti solo un anno pri­ma.

Più in gene­ra­le, tut­to il mon­do dell’editoria deve fare i con­ti con un cam­bia­men­to epo­ca­le nel modo stes­so di con­ce­pi­re l’informazione ed è teso nel­lo sfor­zo di tro­va­re alter­na­ti­ve vali­de alla car­ta.

In que­sta cor­sa affan­no­sa che vede impe­gna­to tut­to il mon­do occi­den­ta­le, un pro­get­to di gior­na­li­smo indi­pen­den­te fir­ma­to Imii spic­ca per la sua genia­li­tà. Si trat­ta del Gaon Ki Awaaz (tra­dot­to in ita­lia­no “La voce del vil­lag­gio”): un ser­vi­zio d’informazione tra­mi­te audio­mes­sag­gi sul cel­lu­la­re che con­net­te gli abi­tan­ti di 50 vil­lag­gi dell’Uttar Pradesh (la più popo­lo­sa regio­ne dell’India, situa­ta nel Nord).

L’idea di fon­do è sem­pli­ce: gli abi­tan­ti del­le zone rura­li dell’India – che costi­tui­sco­no l’80% del­la popo­la­zio­ne dell’intero Paese – non sono mai sta­ti ogget­to d’interesse da par­te dei media tra­di­zio­na­li. Se si aggiun­ge che la mag­gior par­te di que­ste per­so­ne è anal­fa­be­ta e che i blac­kout elet­tri­ci sono fre­quen­ti, si capi­sce come un’ampia fet­ta del­la popo­la­zio­ne india­na sia let­te­ral­men­te taglia­ta fuo­ri dal mon­do dell’informazione (sia su car­ta, sia su tele­vi­sio­ne).

Indiani con telefoninoQuale idea miglio­re quin­di, se non quel­la di sfrut­ta­re la rete di tele­fo­ni cel­lu­la­ri già ampia­men­te dif­fu­sa sul ter­ri­to­rio? Ogni gior­no un grup­po di repor­ter si reca in visi­ta nei vil­lag­gi a cac­cia di tut­te quel­le noti­zie che pos­so­no esse­re uti­li alla vita del­la gen­te loca­le: nasci­te, deces­si, cele­bra­zio­ni di matri­mo­ni, riti­ri spi­ri­tua­li, fie­re di bestia­me… ma anche offer­te di lavo­ro, diret­ti­ve gover­na­ti­ve, cam­pa­gne per la pre­ven­zio­ne medi­ca e con­tro l’abbandono sco­la­sti­co.

Il tut­to vie­ne regi­stra­to in lin­gua loca­le – il dia­let­to Aravadhi – e quin­di spe­di­to sot­to for­ma di bol­let­ti­no audio agli uten­ti.

A pochi mesi dal­la sua nasci­ta, Gaon Ki Awaaz con­ta già più di 800 iscrit­ti. Si dice che a mez­zo­gior­no e alle 5 di pome­rig­gio – i due momen­ti nel­la gior­na­ta in cui vie­ne spe­di­to l’audiomessaggio – i bar loca­li spen­ga­no le radio per per­met­te­re ai pro­pri avven­to­ri di sen­ti­re meglio le noti­zie al cel­lu­la­re.

Insomma, una pic­co­la rivo­lu­zio­ne demo­cra­ti­ca: per la pri­ma vol­ta gli abi­tan­ti di remo­te zone india­ne han­no la pos­si­bi­li­tà di otte­ne­re e con­di­vi­de­re info­ma­zio­ni che li riguar­da­no da vici­no e nel­la loro lin­gua madre. Il tut­to nell’ottica d’implementare gli stan­dard di vita del­le popo­la­zio­ni rura­li e abi­tuar­le a sen­tir­si pro­ta­go­ni­ste atti­ve del pro­prio desti­no. Una lezio­ne dal­la qua­le avrem­mo tan­to da impa­ra­re…

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