Colpi di “share”

Andrea Lugoboni,

Topi combattentiSantoro sban­die­ra i nume­ri. In mez­zo alla tem­pe­sta di pole­mi­che che inve­ste la Rai, il diret­to­re di Annozero difen­de il suo pro­gram­ma facen­do appel­lo agli incas­si:  la tra­smis­sio­ne «fat­tu­ra 41 milio­ni di euro a fron­te di 27 milio­ni di costi di pro­du­zio­ne».

«Bravo Michele!» ver­reb­be da dire. Un per­fet­to impie­ga­to che lavo­ra bene per l’azienda e festeg­gia per gli ascol­ti: cin­que milio­ni di tele­spet­ta­to­ri alla pri­ma pun­ta­ta. Risultati «net­ta­men­te supe­rio­ri alla media di rete», con il 19,62% di share.

Peccato che l’informazione, alme­no quel­la con la “I” maiu­sco­la, non si fac­cia con gli incas­si e gua­da­gna­re non voglia dire neces­sa­ria­men­te fare bene il pro­prio mestie­re di gior­na­li­sti. Gli ingre­dien­ti di un ser­vi­zio di qua­li­tà sono la luci­di­tà, il corag­gio e l’obiettività; non per for­za lo share tele­vi­si­vo. Si insi­nua inve­ce il sospet­to che l’ampio segui­to del­la tra­smis­sio­ne sia da ricon­dur­re ai liti­gi e agli insul­ti – di cui il pro­gram­ma è ric­co – piut­to­sto che a con­te­nu­ti signi­fi­ca­ti­vi. Le nume­ro­se sfu­ria­te in diret­ta ricor­da­no più il Grande fra­tel­lo che un ser­vi­zio pub­bli­co al ser­vi­zio del cit­ta­di­no.

La tele­vi­sio­ne pub­bli­ca ita­lia­na, con i suoi Minzolini e Santoro, sem­bra pro­dur­re più ran­co­ri, pole­mi­che e divi­sio­ni che rifles­sio­ni aper­te e con­fron­ti; pro­prio quel­li che man­ca­no in Italia. Se è vero che per cam­bia­re uno Stato si può comin­cia­re dal bas­so, la rina­sci­ta del­la vita poli­ti­ca del Bel Paese potreb­be ini­zia­re pro­prio dagli stu­di del­la Rai. Per fare del sano gior­na­li­smo biso­gna evi­ta­re di ricrea­re in onda il cli­ma par­la­men­ta­re, met­ten­do da par­te il più pos­si­bi­le opi­nio­ni per­so­na­li e par­ti­gia­ne­rie.

Il caso nasce per­ché i ver­ti­ci Rai non han­no anco­ra rin­no­va­to il con­trat­to a Travaglio e a Vauro, col­la­bo­ra­to­ri del pro­gram­ma. Santoro com­men­ta iro­ni­co: «L’ impren­di­to­re rinun­cia a pro­dur­re i bic­chie­ri solo per­ché gli sto anti­pa­ti­co; ci met­te su la liqui­da­zio­ne e mi chie­de di anda­re via». Poi con­clu­de: «non ha sen­so com­por­tar­si in modo da favo­ri­re la con­cor­ren­za». Certe affer­ma­zio­ni lascia­no basi­ti, soprat­tut­to con­si­de­ran­do che il loro auto­re si riem­pie spes­so la boc­ca di acca­ni­te cri­ti­che con­tro la men­ta­li­tà impren­di­to­ria­le dei suoi “avver­sa­ri”.

In un mon­do uto­pi­co l’informazione dovreb­be esse­re asso­lu­ta­men­te indi­pen­den­te dal­la poli­ti­ca; nel­la nostra Italia ci accon­ten­te­rem­mo che i gior­na­li­sti fos­se­ro giu­di­ca­ti per la qua­li­tà dei ser­vi­zi, non per i rica­vi.

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