Università e buoi dei paesi tuoi

Alessandro Zanardi,

UniversitàCome biso­gna gesti­re l’Università in Italia? A poche set­ti­ma­ne dal voto sul­la rifor­ma Gelmini abbia­mo inter­vi­sta­to in esclu­si­va Giovanni Dosi, diret­to­re del dot­to­ra­to in eco­no­mia e mana­ge­ment pres­so la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.

Prof. Dosi, cosa cam­bia nel­la gestio­ne del­le uni­ver­si­tà secon­do la rifor­ma?

Viene intro­dot­ta una “dual gover­nan­ce” (dop­pia gestio­ne): il sena­to acca­de­mi­co ammi­ni­stra la didat­ti­ca e la ricer­ca, men­tre il con­si­glio d’amministrazione gesti­sce le risor­se finan­zia­rie. Ovviamente chi gover­na i sol­di gover­na l’istituzione. Abbiamo spe­ri­men­ta­to que­sto model­lo anche alla Scuola supe­rio­re S. Anna: un fal­li­men­to tota­le. Il Presidente del Cda ha di fat­to dirit­to di veto sul­le deci­sio­ni dell’università, non si capi­sce in base a qua­le prin­ci­pio. Inoltre il Presidente può nomi­na­re come altri mem­bri del Cda i suoi “ami­chet­ti”: poli­ti­ci loca­li e rap­pre­sen­tan­ti del mon­do indu­stria­le sen­za par­ti­co­la­ri com­pe­ten­ze sul fun­zio­na­men­to dell’università e sen­za che essi sia­no tenu­ti a por­ta­re alcun con­tri­bu­to eco­no­mi­co all’istituzione. L’idea è sta­ta copia­ta male dal­le uni­ver­si­tà pri­va­te anglo­sas­so­ni: lì ci sono mem­bri ester­ni nei Cda, ma que­sti appor­ta­no del­le risor­se eco­no­mi­che signi­fi­ca­ti­ve.

Come andreb­be­ro gesti­ti i finan­zia­men­ti?

Il model­lo bri­tan­ni­co – fon­da­to in lar­ga misu­ra sul finan­zia­men­to pub­bli­co, diver­sa­men­te da quel­lo ame­ri­ca­no – potreb­be fun­zio­na­re bene in Italia. L’idea di fon­do è che local­men­te fai quel­lo che vuoi, poi a livel­lo cen­tra­le vie­ni valu­ta­to e finan­zia­to in base alla per­for­man­ce. Un’avvertenza: il nostro Paese acca­de­mi­ca­men­te è mol­to pic­co­lo, quin­di la valu­ta­zio­ne dovreb­be esse­re fat­ta soprat­tut­to da docen­ti stra­nie­ri. Attualmente abbia­mo l’agenzia pub­bli­ca di valu­ta­zio­ne “Anvur” in via di costi­tu­zio­ne: dia­mo­le i pote­ri di svol­ge­re bene la pro­pria fun­zio­ne assu­men­do e pagan­do il per­so­na­le neces­sa­rio. I cri­te­ri vali­di per misu­ra­re le per­for­man­ce degli ate­nei sono sem­pre gli stes­si: pub­bli­ca­zio­ni scien­ti­fi­che, pro­dot­ti tec­no­lo­gi­ci, cita­zio­ni, sboc­chi pro­fes­sio­na­li dei lau­rea­ti. È sba­glia­to poi par­la­re del­le uni­ver­si­tà in gene­ra­le. All’interno di ogni ate­neo ci sono dipar­ti­men­ti con diver­si livel­li di qua­li­tà: anche Cambridge e Oxford non sono eccel­se in alcu­ne disci­pli­ne. L’università non va valu­ta­ta nel suo com­ples­so, ma dipar­ti­men­to per dipar­ti­men­to, allo­can­do le risor­se di con­se­guen­za.

Chi dovreb­be sce­glie­re come allo­ca­re le risor­se per la ricer­ca?

Ci vuo­le un’agenzia nazio­na­le, tipo la Nsf ame­ri­ca­na (National scien­ce foun­da­tion) che sot­to­po­ne i vari pro­get­ti alla “peer review” (la valu­ta­zio­ne da par­te del­la comu­ni­tà scien­ti­fi­ca inter­na­zio­na­le) e allo­ca le risor­se di con­se­guen­za, in tota­le tra­spa­ren­za. È sta­to pro­po­sto recen­te­men­te da Silvio Garattini assie­me al Gruppo 2003 – che inclu­de un’ottantina di stu­dio­si ita­lia­ni, tra i più cita­ti a livel­lo mon­dia­le – di fon­da­re un ente simi­le nel nostro Paese: l’Airs (Associazione ita­lia­na per la ricer­ca scien­ti­fi­ca). Attualmente inve­ce le risor­se per la ricer­ca par­to­no da deci­ne di enti ero­ga­to­ri e si disper­do­no in miglia­ia di rivo­li, ci sono pic­co­li e gran­di baro­na­ti che le con­trol­la­no, la tra­spa­ren­za dei cri­te­ri è abba­stan­za bas­sa.

Veniamo ai pun­ti posi­ti­vi: il ddl abbas­sa l’età per esse­re ammes­si come docen­ti di ruo­lo e lo sti­pen­dio pas­sa da 1.300 a 2.100 €.

Non è del tut­to vero. Si pote­va già diven­ta­re docen­ti a ogni età: se ricor­do bene Enrico Fermi diven­ne pro­fes­so­re ordi­na­rio a 25 anni. A par­te que­sto, è uti­le che ven­ga isti­tui­ta una pro­ce­du­ra di “tenu­re track”, cioè la pro­gres­sio­ne di car­rie­ra da ricer­ca­to­re a pro­fes­so­re ordi­na­rio entro cer­ti limi­ti di tem­po. Meglio di pri­ma, ma la leg­ge non può det­ta­re i nume­ri: le valu­ta­zio­ni dovreb­be­ro esse­re lascia­te agli ate­nei. È suf­fi­cien­te valu­ta­re bene l’output del dipar­ti­men­to e allo­ca­re le risor­se in pro­por­zio­ne. Allo stes­so modo non capi­sco che sen­so abbia deci­de­re, per esem­pio, che i dipar­ti­men­ti deb­ba­no esse­re com­po­sti da 55 mem­bri: a Via Panisperna (dove lavo­ra­va Fermi) era­no mol­ti di meno!

Cosa ne pen­sa del pre­ca­ria­to che carat­te­riz­za la car­rie­ra acca­de­mi­ca?

Sono con­tra­rio ai ricer­ca­to­ri di ruo­lo fino alla pen­sio­ne: in que­sto con­cor­do con la rifor­ma Gelmini. Il per­cor­so dovreb­be con­si­ste­re nel fini­re il dot­to­ra­to, ave­re un perio­do da assi­sten­te-ricer­ca­to­re (non di ruo­lo) e diven­ta­re pro­fes­so­re asso­cia­to, oppu­re andar via. Naturalmente ser­vo­no dei sol­di: non si riu­sci­rà mai a rea­liz­za­re un per­cor­so di que­sto tipo “sen­za one­ri per lo Stato”.

Cosa ne pen­sa dell’Università pub­bli­ca a bas­so costo?

Per lun­go tem­po sono sta­to favo­re­vo­le a un’università gra­tui­ta. Più recen­te­men­te ho cam­bia­to idea. Tenere le tas­se bas­se (o addi­rit­tu­ra nul­le, come in alcu­ni Paesi del Nord Europa), signi­fi­ca che i figli degli ope­rai finan­zia­no gli stu­di alle fasce più abbien­ti, già di per sé favo­ri­te nel pro­se­gui­men­to degli stu­di. Sarei favo­re­vo­le a un aumen­to del­le tas­se uni­ver­si­ta­rie con un pro­get­to serio di bor­se di stu­dio per i più meri­te­vo­li, ovvia­men­te con­trol­lan­do bene i red­di­ti. Il nostro Paese è afflit­to dall’evasione fisca­le, ma gli Atenei pos­so­no fare mol­to per accer­ta­re le con­di­zio­ni eco­no­mi­che del­le fami­glie. La dichia­ra­zio­ne dei red­di­ti non basta, ser­vo­no altre infor­ma­zio­ni (dove abi­ti, quan­te auto hai, etc.). Questo assie­me a del­le san­zio­ni seve­re per chi dichia­ra il fal­so. Inoltre un siste­ma gene­ra­liz­za­to di bor­se di stu­dio con­tri­bui­reb­be a indur­re i gio­va­ni ad allon­ta­nar­si dal­la mam­ma, cosa che non avvie­ne con l’esecrabile pro­li­fe­ra­zio­ne del­le “uni­ver­si­tà sot­to casa”.

Riassumendo, se dipen­des­se da lei, cosa cam­bie­reb­be subi­to?

1) La dop­pia gover­nan­ce dell’università (Senato/Cda) è un fal­li­men­to. Ci vuo­le un Senato che gover­na e un Cda che con­trol­la, in par­te elet­ti­vo e in par­te di nomi­na mini­ste­ria­le (dato che chi met­te i sol­di è lo Stato). Si dice: «i sena­ti acca­de­mi­ci non han­no mai fun­zio­na­to, sono con­so­cia­ti­vi». Verissimo, sin­ché le risor­se ven­go­no date a pre­scin­de­re dai risul­ta­ti.

2) I sol­di per la ricer­ca devo­no esse­re allo­ca­ti da un’Agenzia nazio­na­le snel­la, tra­spa­ren­te, con valu­ta­to­ri inter­na­zio­na­li. Sono gli scien­zia­ti che pos­so­no valu­ta­re la qua­li­tà del­la scien­za, non i buro­cra­ti e non le impre­se. Ovviamente i valu­ta­to­ri van­no scel­ti in base al meri­to: non è così com­pli­ca­to, tut­ti san­no chi sono i bra­vi.

3) Le uni­ver­si­tà non sono tut­te ugua­li. Un prin­ci­pio pro­fon­da­men­te ugua­li­ta­rio è dare le pos­si­bi­li­tà ai bra­vi, anche se meno abbien­ti, di anda­re nel­le miglio­ri uni­ver­si­tà. L’università deve costa­re per chi si iscri­ve: chi ha i sol­di paghi inte­ra­men­te le sue tas­se. Gli altri ver­ran­no finan­zia­ti dal­lo Stato.

4) Il “costo stan­dard per stu­den­te”, inse­ri­to nel ddl, è una fol­lia che gri­da ven­det­ta al cie­lo. Ovviamente il costo di uno stu­den­te di lati­no è mol­to diver­so dal costo di uno di fisi­ca del­le alte ener­gie. Nell ddl si pre­ve­de di puni­re le uni­ver­si­tà con il costo più alto e pre­mia­re quel­le con il costo più bas­so. Questo è un brut­to eser­ci­zio di “eco­no­me­se”. L’università non è una fab­bri­ca di salu­mi stan­dar­diz­za­ti (tra­lal­tro anche tra gli insac­ca­ti il cula­tel­lo costa di più del­la mor­ta­del­la!). L’università pro­du­ce for­ma­zio­ne e ricer­ca: pen­sa­re di impor­ta­re a buon mer­ca­to cri­te­ri “eco­no­mi­ci” di valu­ta­zio­ne è asso­lu­ta­men­te disa­stro­so.

Cosa ne pen­sa dei pre­sti­ti a con­di­zio­ni par­ti­co­la­ri per pagar­si gli stu­di, tan­to dif­fu­si all’estero?

I pre­sti­ti di meri­to non mi con­vin­co­no: meglio le bor­se di stu­dio. Se ti iscri­vi a lati­ni­sti­ca o glot­to­lo­gia ungro-fin­ni­ca, non potrai mai resti­tui­re un pre­sti­to.

Come vede la com­mi­stio­ne tra azien­de e uni­ver­si­tà?

Pessima. Si cita­no spes­so gli Stati Uniti, ma in real­tà lì sono le uni­ver­si­tà che crea­no nuo­ve oppor­tu­ni­tà tra­mi­te la ricer­ca di base, in segui­to sfrut­ta­te eco­no­mi­ca­men­te. Anche mol­tis­si­me “start-up” nasco­no così: non sono le impre­se che defi­ni­sco­no le prio­ri­tà del­la ricer­ca. Ho il sospet­to che que­sto dise­gno di leg­ge sia trop­po influen­za­to dal­la visio­ne che l’università deb­ba diven­ta­re una sor­ta di scuo­la pro­fes­sio­na­le d’alto bor­do per Confindustria. Questo tra l’altro fareb­be male sia alla ricer­ca, sia alle impre­se. Quello che fa bene è un’università che fa il suo mestie­re, che gene­ra nuo­ve idee. Poi parec­chie vol­te, anche se non sem­pre, ven­go­no appli­ca­te sul mer­ca­to e ogni tan­to offro­no anche l’opportunità di fare tan­ti sol­di. Ma la sequen­za in gene­ra­le dovreb­be esse­re que­sta.

Non cre­de che la ricer­ca pura, del tut­to indi­pen­den­te dall’industria, si sgan­ci trop­po dal­le neces­si­tà del­la popo­la­zio­ne?

No. Credo sia esat­ta­men­te il con­tra­rio. Il gran­de suc­ces­so del capi­ta­li­smo con­tem­po­ra­neo è una scien­za pro­dot­ta in gran par­te dal­la curio­si­tà, non dagli inte­res­si imme­dia­ti. Poi natu­ral­men­te ci pos­so­no esse­re gran­di pro­get­ti “mis­sion orien­ted” (dal­le con­qui­ste nel­lo spa­zio, alle sfi­de ambien­ta­li). Però o l’uno o l’altro: il resto è un’inutile spre­co di risor­se pub­bli­che.

Giovanni Dosi, insie­me ad altri auto­re­vo­li docen­ti uni­ver­si­ta­ri ita­lia­ni, ha invia­to al pre­si­den­te del Consiglio e al mini­stro dell’Istruzione una let­te­ra aper­ta con­te­nen­te alcu­ni sug­ge­ri­men­ti su come miglio­ra­re il siste­ma di gover­no del­le uni­ver­si­tà.

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